Estratto da “Krínomai. Rivista italiana di storia e critica delle Arti”, n. 2 (Milano, 2025), pp. 29-50.
Nel cuore dell’Italia, lì dove l’Appennino diviene così aspro e maestoso da far concorrenza alle Alpi, sorge una città con il nome del più nobile degli uccelli, simbolo per eccellenza dello Spirito e della Conoscenza: L’Aquila (fig. 1).

Ai piedi del Gran Sasso d’Italia, che raggiunge 2914 metri di altezza, il Capoluogo d’Abruzzo si erge dal XIII secolo con la sua ricchezza di monumenti medioevali, con i suoi vicoli, su cui si affacciano bifore e logge e si aprono cortili di nobili palazzi che raccontano, con i casati che l’hanno abitata, la storia di un popolo fiero e indipendente che ha permesso alla città di risorgere dopo i disastrosi terremoti che hanno scandito la sua storia con una periodicità di circa 300 anni. Come la mitica fenice, l’Aquila ogni volta è tornata a volare risorgendo dalle macerie, fedele al suo motto “IMMOTA MANET”. Che attesta la virtù della fermezza. Narra il cantore epico Buccio di Ranallo nella sua Cronica, primo testo in volgare aquilano scritto nella metà del 1300, che la nuova città nacque per la libertà:
Lo cunto serrà d’Aquila, magnifica citade
et de quilli che la ficero con grande sagacitade.
Per non esser vassali cercaro la libertade
et non volere signore set non la magestade.
(Si racconterà dell’Aquila, magnifica città e di quelli che la fecero con gran sagacità. Per non esser vassalli cercaron la libertà e non vollero signori se non la maestà.)
Riferisce Buccio la triste condizione delle popolazioni dei borghi fortificati del territorio governati da Signori che non tenevano in alcun conto le esigenze della gente che lavorava per loro e a cui non rimaneva nemmeno di che sfamare i figli. «Meglio morire che vivere così» dicevano gli oppressi sudditi a cui qualcuno – e qui si entra nel mistero – suggerì l’idea di edificare una città in cui sarebbero diventati cittadini liberi e non più sudditi. Una città per la libertà e la libertà sembra essere l’elemento caratterizzante il genius loci, non solo dai tiranni, ma anche dai nodi dell’anima. Dunque le popolazioni di novantanove castelli del circondario si unirono per edificare una nuova città nel regno di Napoli, al confine con lo Stato Pontificio. Novantanove furono le piazze, le fontane e le chiese di straordinaria bellezza che la arricchirono di arte. Forse nella realtà i castelli fondatori furono di numero minore, ma ciò che rileva è che il 99 è il numero magico dell’Aquila, come ricorda anche la duecentesca Fontana delle 99 cannelle (fig. 2), con i suoi magnifici mascheroni, tutti diversi, disposti su tre lati, nel quartiere della Rivera, nei pressi delle mura cittadine.

La costruzione della città nella Valle dell’Aterno, al confine tra le popolazioni Sabine e Vestine, in un luogo equidistante dalle città romane di Amiterno, Aveia, Foruli, Pitinum, tutte scomparse intorno al mille, fu definita una delle più grandi imprese urbanistiche del Medio Evo. Lo storico del 1600 Claudio Crispomonti, nella sua Historia dell’origine et fondazione della città dell’Aquila, manoscritto reperibile presso la locale biblioteca provinciale, riferisce che la città ebbe come esempio Gerusalemme. Ne ripeterebbe la mappa, allorché la città santa della Palestina andò perduta per la cristianità e tale dato sembra confermare papa Celestino V che volle entrarvi per l’incoronazione a dorso d’asino «come nostro Signore a Gerusalemme», secondo quanto precisano i biografi abati celestini Mastareo e Telera.
Vedremo che come la Gerusalemme d’oltremare, Celestino con l’istituzione della Perdonanza rese l’Aquila – il nome originario era senza l’articolo aggiunto nel 1939 – meta di pellegrinaggio. Sempre definita nel passato come «la città di Federico», in epoca recente gli storici propendono per una origine guelfa, in quanto sussistono due lettere del 1229 di Gregorio IX indirizzate al vescovo di Forcona ed alle popolazioni di Amiterno e Forcona, che avevano richiesto l’autorizzazione a fondare una nuova città nella località chiamata Acculi. Sennonché il diploma di fondazione del 1254 è di Corrado IV, figlio di Federico II, morto nel 1250, per cui non è da escludere con leggerezza un progetto dell’imperatore per fortificare il confine del suo regno. Dice Corrado nel suo diploma:
(…) sia costruita una città unitaria, che dal nome del luogo e per questo sotto gli auspici delle nostre vittoriose insegne, decretiamo debba essere chiamata con il nome di Aquila. Da quanto disposto crediamo debba principalmente giungerci l’utile gloria dal fatto che, fin quando dai molti nascerà l’uno, e dalle parti il tutto-quasi che in esse vi sia quella concordia propria dell’amore recente, grazie alla quale le parti elementari della natura e l’umanità alle sue origini hanno potuto svilupparsi – gli abitanti della città potranno senza impedimento opporsi agli assalti dei nemici (…).
Coincidenze temporali offrono spunti di riflessione: nel 1228 Federico scomunicato (e dunque nel 1229 si chiede al papa l’autorizzazione ad edificare la nuova città) parte per la Terra Santa; dove senza combattere, ma con la diplomazia, ottiene dal sultano i luoghi sacri della vicenda terrena di Gesù e garantisce dieci anni di armistizio dopo i quali, nel 1244, Gerusalemme ricade definitivamente in mano mussulmana. Esigenze belliche avevano indotto l’Imperatore a tornare in Italia per difendere il suo regno da più parti minacciato ed in questa situazione di emergenza i fondi a disposizione sono stati convogliati per la fortificazione dei confini. L’Aquila è sorta proprio al confine tra il Regno di Napoli e lo Stato pontificio, per cui era ben vista da tutte le forze in gioco, che aspiravano a garantirsene la fedeltà e che dunque avevano un proprio interesse ad assecondare le esigenze di libertà della popolazione. Il papa aveva condizionato la sua autorizzazione al pagamento di una ingente somma mai consegnata dai futuri aquilani, per cui probabilmente l’edificazione non ebbe seguito. Tra papa e imperatore furono le popolazioni a volere fortemente la città che li avrebbe resi liberi e che di certo nel 1254 era in costruzione, dato che già nel 1257 divenne sede vescovile. Nata dunque in funzione antifeudale – e Federico mirava a limitare il potere dei feudatari – questi non accettarono di buon grado di perdere sudditi e forza lavoro, per cui convinsero l’altro figlio di Federico, Manfredi, ad attaccare la nuova città nella sua azione di compressione delle autonomie comunali e a distruggerla nel 1259. «Né casa vi rimase, né pesele, né ticto» come scrive Buccio di Ranallo nella sua Cronica, e «sey anni stette sconcia».
Subentrati gli Angioini agli Svevi, i gentili homini, i feudatari, mandarono una delegazione al nuovo re Carlo I d’Angiò chiedendo di non riedificare la città, ma anche li menutuli homini, la gente del popolo, mandarono dei loro delegati al re con la richiesta opposta, ben motivata dal serio rischio di vendetta dei signori. Carlo accolse l’istanza di questi ultimi e decise di ricostruire la città, accettando una bella somma per il suo consenso ed ignorando la lettera di papa Clemente IV a favore dei Signori e contro la riedificazione. In breve tempo la città risorse dalle ceneri come la mitica fenice, nel luogo e nel momento fissato dagli astrologi e protetta nei confronti di chi avesse voluto farle del male («chi le farà male sarrà structo e defunto»). Gli Aquilani erano dunque debitori nei confronti del re angioino, che rese demaniale la terra concessa distribuendola a quanti venivano ad abitare nella nuova città, che venne fornita di una grande autonomia, essendo subordinata alla sola corona. Ingrandita rispetto alla città sveva, lo spazio fu diviso in quattro quarti ad immagine del cielo. Due quarti furono popolati da popolazioni sabine e due da gente vestina. Dopo secoli ancora si conservano i due dialetti, uno del ceppo dell’Italia centrale e l’altro del meridione, studiati dall’Università dell’Aquila. Ogni popolazione dei castelli d’origine ebbe uno spazio con l’obbligo di edificare una chiesa, una piazza e una fontana per cui ancora adesso L’Aquila è così ricca di questi elementi. Divenuta potente e ricca, grazie alle greggi transumanti ed al commercio di lana e zafferano sulla via degli Abruzzi che raggiungeva Firenze e la Germania, la città corse di nuovo il rischio di essere distrutta nel 1424 per mano del capitano di ventura Braccio Fortebraccio da Montone, che la assediò per un anno intero, riducendola alla fame. Si narra che gli assediati ebbero un valido difensore soprannaturale: secondo la leggenda riferita dalle fonti, Celestino sarebbe apparso minaccioso al condottiero, invitandolo a desistere e profetizzandogli la morte in caso contrario. Riferisce Ludovico Antonio Muratori, storico vissuto a cavallo tra il 1600 e il 1700, che
Correva già il 13° mese che durava l’assedio di Aquila, la quale si sosteneva con valore e costanza degna di memoria, non ostante la fame degli abitanti contro tutti gli sforzi di Braccio da Montone (…) disposta la fanteria in certi siti con ordine di non muoversi se egli [Antonuccio Camponeschi] non ne dava il segno, si fece ella cavalleria incontro all’esercito nemico già pervenuto nel piano.
Braccio, estenuato dalla situazione di stallo di fronte alla tenacia della popolazione pur ridotta allo stremo, volle uno scontro a campo aperto nella piana di Bazzano. Come gli aveva predetto Celestino, fu ferito a morte e la città fu salva. Si ritenne dunque che un intervento soprannaturale a guida delle azioni umane avesse salvato la città, che non poteva essere distrutta, né la sua popolazione dispersa; doveva restare dove era sorta, misteriosa custode di un potere sacro.
Era l’anno 1294 quando Pietro Angeleri, a cui tanto deve la città, il «solo con Dio» che aspirava alla vita contemplativa, venne strappato al silenzio dei monti per divenire il capo della cristianità, con il nome di Celestino V. Un’attesa aleggiava nell’aria, captata da potenti e da semplici, lasciando come in sospeso il respiro del creato, che apre la porta all’irruzione dell’eterno nel tempo degli uomini. Pietro sui monti d’Abruzzo aveva incontrato i più fedeli seguaci dì Francesco d’Assisi, tacciati di eresia per la rigidità con cui volevano seguire le intenzioni ed il testamento dello sposo di Madonna povertà: costretti a nascondersi, queste creature fedeli alla lettera del Vangelo di Gesù, avevano comunicato anche agli eremiti della Maiella la lieta novella, profetizzata da un altro folle di Dio, tal Gioacchino da Fiore, che interpretando il prologo dal vangelo di Matteo e le generazioni succedutesi da Adamo a Gesù, era arrivato alla conclusione che la storia umana presentava tre età: quella del Padre, della legge; quella del Figlio, dell’amore; quella dello Spirito Santo, della consapevolezza, in cui anche la seconda età sarebbe giunta a compimento. La chiesa carnale allora avrebbe lasciato il posto all’Ecclesia spiritualis, ovvero alla comunità dei fedeli dalle menti illuminate dallo Spirito: un Papa Angelico avrebbe dato inizio a questa età di trasformazione radicale della storia umana.
L’anno del passaggio era ritenuto il 1260. L’attesa dell’evento che avrebbe fatto fare un salto alla coscienza degli uomini era avvertita in ogni classe, in ogni città, nelle campagne, sui monti: qualcosa doveva accadere. Passarono gli anni e un eremita, un santo uomo, venne miracolosamente eletto all’unanimità papa con il nome di Celestino V – il protettore dell’Aquila- come Celestino III, il pontefice che aveva riconosciuto l’ordine di Gioacchino da Fiore. Tutti videro in lui il Papa riformatore della profezia, l’iniziatore di una nuova era nella storia degli uomini, che avrebbe portato alla Verità che rende liberi, dono dello Spirito Santo. Siamo nell’epoca, ingiustamente definita buia, in cui si erigevano cattedrali al cielo, libri in pietra di sapienza antica, ed i pellegrini solcavano le strade alla ricerca di una meta che era in loro, nella trasformazione interiore, nel morire e rinascere continuo. Si narra di cavalieri senza macchia e senza paura che cercavano il Graal, simbolo della perfezione che solo avrebbe potuto sanare la ferita del Re Pescatore per consentirgli di esercitare la funzione di ricollegare cielo e terra, garantendo al popolo salute e benessere fisico e spirituale. La ricerca del Graal accompagna la tensione espressa dal Medioevo di una irruzione del soprannaturale nella storia e Celestino papa induce a coltivare la speranza che il momento atteso stia per manifestarsi.
La sua comunicazione avviene da cuore a cuore ed è coinvolgente come saranno convincenti i discorsi di Bernardino. Pietro, trovato un compromesso tra la vita eremitica a cui aspirava e quella cenobitica a cui fu costretto dai tanti che volevano condividere la sua esperienza di santità, insegna i mestieri, costruisce chiese e conventi, li organizza e soprattutto indica gli strumenti per arrivare a Dio: il silenzio, i dolci colloqui con il Signore, il Perdono, la rinuncia al potere dell’ego. Diranno i posteri che era ignorante, ma parlare in volgare era per lui una scelta ed il latino lo lasciava per gli atti ufficiali che lo richiedevano. Non ignorante, dunque, ma comunicatore senza barriere con la gente che capiva il suo linguaggio, verbale o fatto di esempi di vita. Nell’era dell’afflato spirituale e dell’attesa dell’età dello Spirito e della cerca del Graal, il misterioso oggetto di potere esprimente la presenza stessa del Cristo sulla terra, lo Spirito che soffiava sulla cristianità dell’epoca, sceglie l’eremita dei monti d’Abruzzo quale suo strumento e Celestino elegge L’Aquila per edificare la più bella delle sue chiese, che ancora ne custodisce le spoglie: Santa Maria di Collemaggio (fig. 3).

La chiesa aquilana di Celestino è uno scrigno di conoscenza2, un crogiolo vibrante, un libro di pietra scritto in quei caratteri che Galileo Galilei indicava come a base del libro della creazione: le figure geometriche che tracciano sul pavimento della basilica un percorso alchemico di trasformazione, una imitatio Christi, aperto al mondo intero.
È questo il periodo in cui le massime reliquie della Cristianità vengono portate al sicuro, in prevalenza in Italia. Sappiamo che a Collemaggio erano custoditi fino ad epoca recente l’indice della mano destra del Battista ed una spina della corona messa sul capo di Gesù e che altre reliquie dovevano concentrarsi in questa chiesa, così grande da far pensare che qualcosa avrebbe dovuto attrarre tanta gente3.
Con la Perdonanza, il primo Giubileo della storia cristiana, Celestino, nel 1294, inserisce la città tra i grandi circuiti di pellegrinaggio, come per portare i fedeli cristiani alla gemella d’occidente della perduta Gerusalemme d’oltremare. Non è illogico ipotizzare che una città costruita guardando Gerusalemme ne dovesse assumere la funzione. Forse lo sapeva Carlo II d’Angiò allorché vi portò reliquie della Maddalena dalla Provenza, come tramandato dal cantore Buccio di Ranallo?
Nella chiesa di Celestino il sole lancia messaggi al solstizio d’estate (figg. 4-5) e il giorno dell’Assunta (fig. 6), a Ferragosto, quando attraverso il rosone proietta rispettivamente sul labirinto e sul finestrone gotico ricreando l’immagine di Maria Assunta incoronata dal figlio. Secondo una fonte autorevole, la Santa Casa di Loreto, arrivata in Italia il 10 dicembre 1294, tre giorni prima della rinuncia di Celestino, era destinata proprio a S. Maria di Collemaggio.
Procediamo però avanti nella storia: sono passati appena venti anni dall’assedio di Braccio da Montone del 1424. Bernardino da Siena, malato e stremato, arriva a Sella di Corno, sulla via degli Abruzzi, per raggiungere L’Aquila e morirvi: le sue spoglie riposano nella basilica che porta il suo nome. Narra la leggenda che fu visto andargli incontro Celestino – ancora una volta presente, sebbene morto da circa un secolo e mezzo – per affidargli la città: entrambi ne sono i protettori! Abbandonato dalle forze, il santo senese fu portato a peso dentro le mura che guardava incantato, continuando a ripetere: «Eamus Aquilam, ad Aquilam missus sum». Era il giorno dell’anniversario della morte di Celestino, il 19 maggio.

(Foto di M.G. Lopardi).

Portato il santo francescano nella cella di Giovanni da Capestrano, questi vi morì nella notte: era il 20 maggio del 1444. Come un passaggio di consegne tra due pilastri della spiritualità moderna. Un affresco nella cella di Giovanni da Capestrano, in quello che era il convento minoritico all’interno della città, rappresenta l’incontro tra i due santi. Lo Spirito aleggia e trascina la corrente della vita umana, suggerendo una trama che ha come esecutori gli abitanti del mondo della materia e come palcoscenico luoghi speciali, in cui solo lì e non altrove un certo passo dello storia umana deve avvenire. Celestino e Bernardino hanno eletto L’Aquila come luogo in cui morire, entrambi lasciando i propri corpi a testimonianza del loro passaggio. Le facciate delle basiliche che li custodiscono formano una squadra, perfettamente perpendicolari fra loro, come a delimitare un’area sacra. I due santi appaiono invero molto diversi già nella loro origine: Celestino nasce da una povera famiglia molisana, Bernardino da un nobile e ricco casato toscano; un secolo e mezzo li separano. Celestino, prima di avere questo nome con l’elezione al soglio pontificio, si chiamava Pietro Angeleri, detto anche Pietro del Morrone, dalla montagna del suo eremo prediletto; aveva scelto di fare l’eremita, nutrendosi di erbe e radici e la sua aspirazione era di vivere nel silenzio delle montagne d’Abruzzo, fredde d’inverno, assolate d’estate, sempre aspre, come la vita dei pastori che con gli eremiti condividevano la dura esistenza di chi deve invocare la Provvidenza per sopravvivere. Celestino si spinge sempre più in alto sul Morrone e sulla Maiella per stare solo, in silenzio, per dialogare con il Signore. Anche Bernardino vorrebbe fare questa scelta, ma per lui lo Spirito ha altri piani, completamente diversi: quando prova a mettersi in bocca l’erba non riesce a mandarla giù: mastica, mastica, nemmeno con l’aiuto dell’acqua può ingoiare l’insolito boccone. Non è la sua strada. Egli non deve essere un solitario custode di grotte popolate dall’immaginazione umana, da serpenti e belve, ma deve andare tra gli uomini per travolgerli con la sua oratoria. Per entrambi la meta è L’Aquila. Secondo la ghematria, la scienza antichissima che consente di penetrare i segreti del creato e delle sacre scritture, secondo cui ogni lettera degli alfabeti sacri ha un valore numerico4, considerato che l’alfabeto del Cristianesimo è il greco, porta alla conclusione che L’Aquila è la città dello Spirito, quello che soffia ovunque e per tutti, dato che le parole greche corrispondenti ad Aquila e a Spirito5 hanno lo stesso valore numerico e dunque sono equivalenti:
Aquila = ἀετος (Etòs)= 576
Spirito = Πνεύμα (pneuma) = 576
Aquila = Spirito per Isopsefia6
I monumenti dell’Aquila raccontano la sua storia funestata da terremoti distruttivi e da occupazioni straniere. Con Bernardino da Siena arriviamo al 1400 e la meravigliosa basilica (fig. 7) che custodisce il suo mausoleo mostra l’JHS nel sole (fig. 8), il sacro sigillo per il quale fu processato per eresia e che appare sui portali delle case aquilane, perché il santo aveva detto di apporlo ovunque, così che avrebbe protetto da ogni male. Non lontano si erge un’altra testimonianza della storia aquilana, il Forte Spagnolo (fig. 9), edificato dall’architetto Pedro Luis Escrivà di Valencia, durante la dominazione spagnola, «ad reprimendam audaciam aquilanorum», quindi contro le pulsioni libertarie della città.



Fig. 9 L’Aquila, Forte Spagnolo.
Veduta esterna (Foto di M.G. Lopardi).
Altre meravigliose chiese accolgono chi vuole nutrirsi di bellezza e di sacralità: San Silvestro (fig. 10 ), con gli affreschi trecenteschi e la copia di un quadro di Raffaello (l’originale fu portato a Madrid dagli Spagnoli), San Pietro di Coppito (fig. 11), una della quattro chiese capo quarto; San Domenico, detta così perché affidata ai domenicani, ma in realtà dedicata alla Maddalena. Qui Carlo II d’Angiò portò i capelli della discepola del Signore. E molti altri templi, che continuano a parlare del Medioevo, mentre i palazzi barocchi raccontano della ricostruzione della città dopo il terremoto del 1703.


L’Aquila ha dunque tutti i tratti di una città sacra, in cui soffia lo Spirito, quello che ruggisce nell’anima di ogni essere, quello che soffia ovunque e per chiunque, quello che alimenta la vita e la spinge verso il suo compimento; per questo è anche la fenice che risorge dalle sue ceneri, come avvenuto dopo ogni terremoto disastroso che ha scandito la sua storia. Il visitatore ne avverte l’atmosfera se si aggira per le piazzette, per le chiese, tra i palazzi. Alzando lo sguardo in alto per scorgerne non solo e non tanto gli stemmi, ma tutti quei richiami alla trascendenza di cui la città è intrisa.
- Saggista, esperta di simbolismo. Già avvocato distrettuale. Grande Ufficiale della Repubblica Italiana (L’Aquila). ↩︎
- Si vedano, in merito, M.G. Lopardi – G. Capecchi, Notre Dame di Collemaggio, 2a ed, Arkeios, Roma 2009; Celestino V e il tesoro dei Templari, Arkeios, Roma 2010. Il Colle Magico di Celestino, 2a ed., Japadre, L’Aquila 2019. ↩︎
- Secondo una fonte autorevole, la Santa Casa di Loreto, arrivata in Italia il 10 dicembre 1294, tre giorni prima della rinuncia di Celestino, era destinata a Santa Maria di Collemaggio. Cfr. M.G. Lopardi, I Templari e il Colle Magico di Celestino, 2a ed., Barbera, Siena 2008. ↩︎
- Con essa si può stabilire l’equivalenza fra due parole le cui lettere abbiano lo stesso valore numerico e si può anche passare dall’una all’altra. ↩︎
- M.G. Lopardi, La città dello Spirito e il suo tempio,Youcanprint, Lecce 2020. ↩︎
- L’“isopsefia” è quella qualità, caratterizzante due o più parole greche, che permette loro di essere abbinate allo stesso numero seguendo una corrispondenza numerologica alla greca. La parola deriva dal greco “ἰσοψηφία” (isopsēphía), composta da “ἴσος” (ísos) che significa “uguale” e “ψῆφος” (psêphos), che significa “sassolino” ma pure “conteggio”, visto che nell’antichità si usavano i sassolini per i calcoli aritmetici. ↩︎



