Estratto da “Krínomai. Rivista italiana di storia e critica delle Arti”, n. 2 (Milano, 2025), pp. 29-50.

Dotato di una corporatura fuori dal comune, Giorgio Maniace (998- 1043), definito un “gigante” dalle fonti coeve, compì una brillante carriera nell’esercito bizantino grazie alle sue incredibili capacità guerresche. Su Maniace esiste già una cospicua bibliografia2. Quand’era imperatore d’Oriente Romano III (1028-1034), fu coinvolto nella campagna di Siria. Maniace giunse ad espugnare Edessa e questa vittoria gli valse la promozione a catapano del thema di Vaspurakan.
Fig. 1 Giorgio Maniace. Miniatura nel Codice Scilitze (Codex Matritensis gr. Vitr. 26-2, f. 213 v.) contenente la Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze. Biblioteca Nacional de España, Madrid.
Fra il 1038 e il 1040 venne inviato in Italia meridionale. Fu impegnato nella campagna di Sicilia e riuscì a sottrarre l’isola alla dominazione musulmana. Caduto in disgrazia presso l’imperatore Michele IV (1034-1041), fu richiamato in patria e messo in prigione nel 1040. Sotto Michele V (1041-1042), tornò in libertà e venne inviato nuovamente in Italia, questa volta in Puglia, per domare la ribellione che si era generata nelle popolazioni locali, sobillate dai Normanni, insofferenti al dominio bizantino. Con l’avvento al potere di Costantino IX (1042-1055), cambiavano gli orientamenti governativi nella politica estera di Costantinopoli e il sovrano, che non approvava i violenti metodi seguiti dal catapano, richiamò Maniace in patria, cercando un accordo con i ribelli pugliesi. Maniace si era arroccato ad Otranto. A questo punto, tentò un colpo di stato e, proclamatosi imperatore, attraversò l’Adriatico diretto a Costantinopoli per prendere il potere. Marciò su Tessalonica, poi sconfisse l’esercito imperiale a Ostrovo in Macedonia, ma in questa battaglia cadde ferito a morte.

Biblioteca Nacional de España, Madrid.
Così, di lui, scrive il Gay:
Statura gigantesca, nessuna nobiltà né fascino nei tratti, ma viso di bandito, mani capaci di scrollare porte di bronzo, slancio di un leone: il suo aspetto terribile intimidiva i barbari3.
Come dal titolo del saggio, in questa sede ci interessa la sua instancabile opera di trafugatore e raccoglitore di sacre reliquie. Nella campagna di Sicilia, si collocano importanti trafugamenti. L’esercito bizantino era comandato dal generale Stefano, cognato dell’imperatore Michele, col quale presto sarebbero sorti dei contrasti. La spedizione partì da Salerno e poi puntò sulla Sicilia.
Da Salerno si imbarcarono le forze longobardo normanne fra le quali anche i fratelli Altavilla. Venne espugnata Messina, poi Rometta e nel 1040 Siracusa, dove le truppe imperiali riportarono una eclatante vittoria. A Siracusa, una volta allontanati i musulmani, la popolazione locale fece grandi feste di ringraziamento per gli imperiali al comando di Maniace, i quali si impossessarono di un ricco bottino fra cui le preziose reliquie che in città erano custodite. Lo stesso Maniace fece riesumare il corpo di Santa Lucia e aprendo la bara e trovandola ancora «fresca, intatta e profumata come il giorno in cui ve l’avevano deposta!», come informa Amato di Montecassino, la inviò, con i suoi complimenti, all’Imperatore4.
Il corpo della martire fu portato da Maniace a Costantinopoli, insieme alle spoglie di Sant’Agata, per farne dono all’imperatrice Teodora (1042-1056). Da lì fu trafugato nel 1204 dai veneziani, guidati dal doge Enrico Dandolo, che conquistarono la capitale bizantina durante la IV Crociata, e fu portato a Venezia come bottino di guerra. Arrivate nella città lagunare, le spoglie della santa vennero collocate nell’isola di San Giorgio Maggiore. Nel 1279, il mare mosso capovolse le barche che si muovevano per omaggiare la santa, causando la morte di alcuni pellegrini, e da allora si decise di trasferire le reliquie nella Chiesa di Cannaregio, che proprio a lei fu intitolata. Questa chiesa era ubicata sul luogo dell’attuale stazione ferroviaria. In seguito all’abbattimento del sacro edificio, l’11 luglio 1860, il corpo fu traslato nella vicina chiesa di San Geremia dove si trova attualmente, anche se il possesso del corpo viene rivendicato dalla città di Siracusa.

A Maniace si deve anche il trafugamento delle reliquie di Sant’Agata. In realtà, durante la campagna siciliana, secondo gli studiosi, il generale avrebbe trafugato le reliquie di svariati santi, portandole poi a Costantinopoli nel 1040. Come fonte coeva, ne parla il benedettino inglese Orderico Vitale (1075-1142) nella sua opera Historia ecclesiastica5.
Scrive Marco Papasidero6:
L’invio del generale era stato deciso da Costantinopoli per risolvere definitivamente il problema della presenza saracena in Sicilia e nell’ambito delle complesse operazioni militari, si verificò l’uccisione del toparca di Sicilia Al-Akhal, la presa del potere da parte del tiranno ‘Abd Allâh, la battaglia a Troina del 1040, tra saraceni e bizantini, con la conseguente vittoria di questi ultimi. Successivamente, il potere venne gradualmente preso dai normanni, alcuni dei quali avevano militato nell’esercito dello stesso generale. Infatti, dopo la battaglia di Troina, per via di alcuni dissidi relativi forse alla suddivisione del bottino o al pagamento del soldo, Maniace venne richiamato a Costantinopoli, probabilmente portando con sé le reliquie, e i normanni ne approfittarono per sconfiggere le ridotte truppe bizantine, stabilendosi poi a Melfi. Proprio a tale contesto storico-politico va ricondotto il trafugamento delle reliquie della santa – questa volta da Costantinopoli a Catania -, che dunque è da porre in parallelo con l’avvio della dominazione normanna sull’isola e sull’Italia meridionale. Il luogo a Costantinopoli dal quale le reliquie della santa vennero trafugate non è indicato nel racconto, ma può essere forse suggerito da quanto narrato da Costantino Lascaris, un dotto profugo di Costantinopoli che giunse nel 1465 a Messina dove iniziò a insegnare letteratura greca. Egli afferma che nel 1040 le reliquie vennero consegnate da Giorgio Maniace all’imperatrice Teodora, che a sua volta le affidò a un monastero di vergini intitolato a S. Maria. La Historia translationis corporis s. Agathae v. m. Constantinopoli Catanam (BHL 139) venne redatta dal vescovo di Catania Maurizio (1122-1144), monaco benedettino, e la stesura, in ogni caso, non è più tarda del 1169, anno del terremoto che devastò la città di Catania e al quale non vi è alcun accenno. Il vescovado di Catania era stato ricostituito nel 1091 da Ruggero di Altavilla, che in quell’occasione affidò il convento di S. Agata all’ordine benedettino7, stabilendo che il suo abate fosse anche il vescovo della città. Secondo il racconto, il trafugamento avvenne nel 1126 per opera di due soldati latini, Gisliberto, di origini francesi, e Goselmo, che viene definito calabricus. I soldati, su sollecitazione di tre sogni, decidono di prelevare le reliquie della santa per riportarle a Catania. I due entrano di notte all’interno della chiesa e prelevano i sacra pignora riponendoli in un cesto colmo di rose, dopo collocano il capo all’interno di due piatti e le ossa in due faretre. La notizia del trafugamento giunge alle orecchie dell’imperatore Giovanni II Comneno, il quale non vuole che nessuno lasci la città se non prima interrogato. Ma i due riescono ugualmente a fuggire e a partire, giungendo prima a Smirne, poi a Corinto, infine a Taranto. Rimettendo le reliquie in ordine, i due dimenticano inavvertitamente la mammella di s. Agata, che viene miracolosamente scoperta dai prelati del posto che, dopo averla riconosciuta, la pongono come reliquia in una chiesa fatta appositamente costruire e intitolata alla santa. Successivamente i due trafugatori giungono a Messina. Goselmo rimane dunque in città, mentre Gisliberto si reca dal vescovo che in quei giorni si trova presso il suo castello di Aci. Quest’ultimo decide dunque di inviare a Messina i due monaci Luca e Oldomano che, insieme ai due trafugatori, portano le reliquie a Catania. Queste vengono gioiosamente accolte dalla città e poste nel duomo, fatto costruire da Ruggero I il Normanno tra il 1078 e il 1093 insieme a un monastero benedettino8. La data dell’adventus delle reliquie a Catania viene fissata nel racconto del vescovo Maurizio al 17 agosto 1126, sotto il pontificato di Onorio II (1124-1130) e sotto il governo di Ruggero. Il trafugamento delle reliquie, insieme a quelle di s. Gennaro, trafugate da Napoli e ricondotte a Benevento, può essere considerato un furto di riappropriazione, finalizzato a far rientrare dall’esilio la santa9.
A Maniace è legata la fondazione della Chiesa Santa Maria di Maniace, nell’omonimo comune siciliano, in provincia di Catania. La chiesetta fu edificata a ricordo della vittoriosa campagna militare contro i Musulmani condotta dal Generale, nel luogo che da lui prese il nome. La battaglia fu cruenta e lasciò moltissime vittime sul campo tanto che al fiume che scorre accanto al territorio di Bronte (la chiesa si trova proprio al confine fra i due comuni di Bronte e Maniace), che secondo la leggenda divenne rosso per l’alto numero dei soldati trucidati che vi annegarono, fu dato il nome di Saracena.



Sempre secondo la leggenda, lo stesso Maniace per festeggiare la vittoria del 1040 volle edificare una piccola chiesa, o un piccolo cenobio o ancora un castello con una cappella all’interno, a seconda delle versioni (la piccola chiesa sarebbe poi stata ampliata dal re Ruggero I e dalla moglie Adelaide10), cui diede in dono una preziosa reliquia in suo possesso, ovvero un’immagine della Madonna dipinta da San Luca Evangelista. Il piccolo cenobio in seguito decadde e sui suoi ruderi, come storicamente attestato, venne costruita intorno al 1174 l’Abbazia di Santa Maria di Maniace dalla regina Margherita di Navarra, sposa di Guglielmo I di Sicilia, che arricchì la fondazione con generose donazioni. L’abbazia, di stile normanno-gotico, venne affidata alla cura dei benedettini e il francese Guglielmo di Blois fu il primo abate. All’interno della chiesa sull’altare maggiore, sotto un trittico del XIV secolo, conservata in una preziosa cornice in legno, si trova l’icona della Madonna che allatta il Bambino attribuita a San Luca. Dopo una serie di passaggi di mano, nel 1799 l’abbazia con tutto il suo feudo venne donata dal re Ferdinando I delle Due Sicilie (ovvero Ferdinando IV, Re di Napoli) all’ammiraglio inglese Horatio Nelson come segno di gratitudine per il suo contributo nella repressione della Repubblica Partenopea. Il complesso architettonico infatti è anche conosciuto come Ducea di Nelson11.
La più leggendaria reliquia legata al nome di Maniakès è la lettera di Cristo al re di Siria Abgar V. Per questo dobbiamo ritornare indietro nella sua biografia. Nel 1030 venne inviato in territorio siriano, dove era in corso una spedizione militare voluta dall’imperatore Romano III il quale aveva combattuto personalmente per assoggettare l’emirato di Aleppo. L’esercito bizantino era reduce da una disastrosa sconfitta avvenuta l’anno precedente ad Azaz. Maniace riuscì nell’impresa, assoggettando nel 1031 il territorio siriano. L’anno successivo fu protagonista della campagna militare di Edessa, la città sull’Eufrate che era stata invasa dai Turchi Selgiuchidi. Giorgio giunse ad espugnare Edessa; questa vittoria gli valse la promozione a catapano del thema di Vaspurakan, come abbiamo già visto, il che fece entrare il Maniachès nel patriziato bizantino.Da questa provincia orientale venne poi trasferito l’anno successivo in Italia12.

Chiesa di San Bartolomeo degli Armeni, Genova.
Theophanes Continuatus13, afferma che Jean Kourkouas (Giovanni Kurkuas), il celebre servitore degli Schole che riconquistò Metilene agli Arabi nel 934, si impossessò del mandylion, mentre Maniace nella conquista di Edessa, secondo Scilitze14, recuperò la lettera di Cristo ad Abgar, che poi inviò a Costantinopoli con grandi onori.
Un interessante parallelo tra le imprese di Maniace nell’espugnazione di Edessa e quelle di un secolo prima a opera di Giovanni Curcuas contro gli Arabi dell’emirato di Metilene è istituito da Andriollo a p. 815: entrambi i generali riconquistano un importante avamposto bizantino in oriente, entrambi sottraggono agli infedeli celebri reliquie (il mandylion nel caso di Curcuas, ottenuto dalla popolazione di Edessa a seguito della pace siglata dopo i reiterati assedi tra il 942 e il 944; la lettera di Cristo a re Abgar nel caso di Maniace, dopo l’avvenuta riconquista della città dell’emirato di Aleppo). Icastica a tal proposito è la miniatura campita a f. 205r dello Scilitze Matritense (Vitr. 26-2), che raffigura il generale Maniace nell’atto di consegnare la sacra reliquia al messo imperiale, il quale a sua volta la consegna all’imperatore Romano III Argiro16.
Ma cos’è esattamente questa lettera di Cristo? Tutto parte dal Vangelo di Taddeo, anche conosciuto come dottrina di Addai. Si tratta di un vangelo apocrifo, scritto in siriaco, probabilmente nel III o nel IV secolo, di cui sarebbe autore Taddeo, uno dei Settanta discepoli di Gesù, originario di Edessa e il cui nome in siriano è appunto Addai17. Abgar V Ukkama fu il re di Edessa dal 4 a.C. al 7 d.C. e poi dal 13 al 50 d.C.. Quando si ammalò di lebbra, inviò una lettera a Gesù Cristo per invitarlo ad Edessa, avendo sentito le meraviglie che si raccontavano sul suo conto. La leggenda vuole che Gesù rispondesse per iscritto al re spiegandogli di non poter recarsi da lui ma promettendo che dopo la sua morte e ascesa al cielo avrebbe inviato uno dei suoi discepoli. Questo testo andò perduto e venne riscritto in greco nel VI o VII secolo e attribuito a Taddeo. Chi però ancora prima contribuisce ad alimentare la leggenda, è Eusebio di Cesarea (265-340 c.ca), nella sua Storia ecclesiastica18. Secondo una tradizione successiva, il Nazareno non risponde alla lettera di Abgar ma dopo la sua morte e risurrezione l’apostolo Tommaso invia il suo discepolo Taddeo dal re, recandogli il telo nel quale era impressa l’immagine di Gesù che Abgar, malato, subito adora e dal quale viene miracolosamente guarito. Questo telo è il mandylion. Ciò porta alla conversione al Cristianesimo non solo di Abgar ma di tutta la città di Edessa. Eusebio trascrive, dichiarando di averla trovata negli archivi pubblici ed averla tradotta personalmente dal siriaco, la lettera di Gesù indirizzata al re di Edessa19. La lettera sarebbe stata scritta da Cristo di proprio pugno su pergamena in lingua siriaca e fu esposta per lungo tempo alla venerazione dei fedeli nella cattedrale di Edessa20. Eusebio riporta la leggenda nel capitolo intitolato Racconto sul re degli Edesseni:
Di questo abbiamo una testimonianza scritta che proviene dagli archivi di Edessa, che era allora una città regale: e infatti nei documenti pubblici che si trovano là, sono raccolti gli atti antichi e quelli del tempo di Abgar e si trova conservata questa storia da allora fino ad oggi. Ma nulla potrebbe essere più convincente che sentire il contenuto delle lettere stesse che, dopo averle prese dagli archivi, abbiamo tradotto dal siriaco, letteralmente, in questo modo.
Quali siano questi archivi però l’autore non spiega. Riporta quindi le presunte lettere nel capitolo Copia della lettera scritta dal toparca Abgar a Gesù ed a lui mandata dal corriere Anania a Gerusalemme (pp. 37-40). E poco dopo, scrive:
Frattanto aveva compimento anche la promessa fatta dal Salvatore nostro al re dell’Osroene. Tomaso, infatti, mosso da Dio, inviò ad Edessa Taddeo quale predicatore e nunzio della dottrina di Cristo, come abbiamo documentato con la lettera là ritrovata. Giunto sul luogo, egli risanò Abgar con la parola di Cristo e stupì tutti gli abitanti con i suoi straordinari miracoli. E dopo averli ben disposti, con le sue azioni, alla venerazione della potenza di Cristo, li fece discepoli della dottrina della salvezza. Da allora in poi tutta la città di Edessa è consacrata al nome di Cristo, offrendo una prova non comune della benevolenza del Salvatore verso i suoi abitanti (p. 43).
Nella Guerra Persiana, Procopio di Cesarea ritorna sulla leggenda della lettera di Cristo al re Abgar21 e spiega che questa lettera rendeva inespugnabile la città dai nemici semplicemente esponendola su una delle porte della città stessa come fosse un talismano22. La seconda versione della leggenda è quella siriaca intitolata Dottrina dell’apostolo Addaï23 . Questo testo si presenta ben più lungo e dettagliato del racconto di Eusebio, ed è conservato interamente in un manoscritto della Biblioteca pubblica di S. Pietroburgo, probabilmente della fine del V secolo-inizi VI (motivi paleografici) e parzialmente in tre manoscritti della Biblioteca britannica di Londra. Fra i diversi patronati dell’evangelizzazione di Edessa, una tradizione locale la attribuiva ad un personaggio chiamato appunto Addaï24.




Come scrive Tessa Canella,
la Dottrina d’Addai dice che è l’apostolo Giuda Tommaso ad inviare ad Edessa Addaï, uno dei 70 discepoli. Nel Nuovo Testamento sono presenti due personaggi chiamati Giuda: il primo è uno dei fratelli del Signore (Mt 13,55 e Mc 6,3); l’altro è uno dei dodici apostoli, figlio di Giacomo, chiamato Labbeo da Matteo (Mt 10, 3) e Taddeo da Marco (Mc 3, 18). La Dottrina d’Addai presenta probabilmente una conciliazione fra tre tradizioni circolanti sul patrocinio apostolico di Edessa: una che attribuiva proprio a Giuda Taddeo l’evangelizzazione della Siria; un’altra, testimoniata dagli Atti di Tommaso, apocrifo siriaco edesseno, da Ephraem Siro e nella Peregrinatio Aetheriae, che narra dell’evangelizzazione dell’India da parte dell’apostolo Tommaso, il quale finisce martirizzato proprio ad Edessa (secondo Ephraem ed Egeria); la terza, di origine probabilmente locale, attribuiva proprio ad un personaggio chiamato Addaï l’evangelizzazione di Edessa e di tutta la Mesopotamia (testimoniata dai testi siriaci la Dottrina d’Addaï, gli Atti d’Addaï e Mari e la Didascalia d’Addaï). Il nome Giuda Tommaso comunque compare, oltre che in siriaco nella Vetus Syra, negli Atti di Tommaso, in Ephraem Siro e nella Dottrina d’Addai, in greco nello stesso Eusebio, Historia ecclesiastica, 1,13., e viene ricondotto probabilmente da J. W. Drijvers (Facts and problems in early Syriac-speaking Christianity, «East of Antioch», London 1984, pp. 157-175, in part. 158-159) alle tradizioni presenti nel Diatessaron di Taziano. In Eusebio si chiama Taddeo il discepolo (uno dei 70) inviato da Tommaso ad Edessa. Prodotto forse dalla confusione e somiglianza fra i nomi Addaï e Taddeo, Addaï in Eusebio diventa Taddeo e inaugura la grandissima fortuna di Taddeo nel mondo greco e latino (su cui vedi A. Desreumaux, Histoire du roi Abgar et de Jésus, cit., 27-2925).
La leggenda di Abgar è collegata con il battesimo dell’imperatore Costantino I (274-337, imperatore dal 306 alla morte) e con una delle principali fonti in materia, ovvero gli Actus Silvestri, un controverso documento che riporta gli episodi salienti della vita del santo pontefice Silvestro I (314-335), tra i quali il suo ruolo primario nella conversione dell’imperatore. Negli Actus Silvestri infatti il battesimo viene a Costantino impartito proprio dal pontefice Silvestro: nella leggenda, il Papa diventa l’artefice della conversione nonché il principale ispiratore della politica religiosa di Costantino. Scrive appunto la Canella:
Si tratta di una vera e propria correzione della memoria rispetto alla versione del battesimo di Costantino ritenuta ancor oggi storicamente valida, quella che vuole l’imperatore battezzato poco tempo prima della morte da parte di un vescovo ariano, Eusebio di Nicomedia; versione, questa, resa autorevole dal Chronicon di Girolamo realizzato intorno al 380, che traduceva, aggiornandolo e proseguendolo, quello di Eusebio di Cesarea26.
Per quanto riguarda il costituirsi della leggenda, l’autrice individua le fonti degli Actus Silvestri in un area geografica (quella siro-palestinese) e un periodo (all’incirca gli inizi del V secolo) in cui alcune tradizioni leggendarie anche di carattere agiografico presentano notevoli paralleli con la sostanza e gli elementi strutturali degli Actus Silvestri27.
Attribuire a Costantino un battesimo cattolico era una precisa operazione politica nel segno di quella religio instrumentum regni di cui gli imperatori si servivano. Un’intuizione fondamentale, che porterà nei secoli successivi a quella saldatura fra potere temporale e potere spirituale su cui si intratterranno moltissimi studiosi e che sarà comunque il tratto distintivo del potere bizantino e del connubio altare-trono con il primo in posizione di subordinazione rispetto al secondo28.
Il portato politico di questa che è una vera e propria “inversione storica” non può essere trascurato: il fatto di attribuire a Costantino un battesimo ortodosso e romano ha scopi e conseguenze teologico-politiche così evidenti da mettere in primo piano proprio la rappresentazione che la leggenda fornisce dei rapporti fra potere spirituale e saeculum nelle figure di Silvestro e Costantino29.
Si trattava di una falsificazione storica atta a cancellare le tendenze ariane di Costantino che apparivano imbarazzanti alla chiesa romana, oltre che scomode da un punto di vista teologico, dottrinale e in senso generale politico. Secondo Eusebio infatti, Costantino, come Cristo, desiderava essere battezzato nelle acque del Giordano ma questo desiderio rimase insoddisfatto perché la malattia lo costrinse ad essere battezzato a Nicomedia dal vescovo ariano Eusebio.Gli Actus Silvestri sono una raccolta agiografica incentrata sulla figura del papa Silvestro I, poi divenuto santo (festeggiato in Occidente il 31 dicembre), protagonista di leggende che si sono protratte fino ai giorni nostri.
Molto presto cominciarono a fiorire racconti e l’importanza della figura di Silvestro crebbe, in un primo tempo sulle orme della leggenda della conversione di Costantino dopo il 324 e in opposizione alla realtà storica del battesimo di mano ariana da Eusebio di Nicomedia, poi sempre più arricchendosi di altri elementi che andavano a costituire quella che è chiamata comunemente la Silvesterlegende: in essa il pontefice divenne confessore, eroe dell’ortodossia, dalla vita esemplare e dalle azioni miracolose, vittorioso in dispute verbali e pericolosi confronti con animali demoniaci (il drago), responsabile della conversione e del battesimo di Costantino persecutore, ispiratore e moderatore dell’azione religiosa dell’imperatore stesso e infine beneficiario di quella che non solo da Dante fu considerata quella dote…che di quanto mal fu matre [Dante, Inferno, XIX, vv.115-116], la fantasiosa Donazione di Costantino, indiscussa fino al quindicesimo secolo. La tradizione sul battesimo di Costantino ad opera di Silvestro veniva riproposta ancora pubblicamente verso la fine del XVI secolo, quando, sul basamento che sostiene a Roma il ben noto obelisco lateranense, venivano scolpite queste parole: CONSTANTINUS / PER CRUCEM / VICTOR / A S. SILVESTRO HIC / BAPTIZATUS / CRUCIS GLORIAM / PROPAGAVIT30.
Gli Actus quindi, come Eusebio di Cesarea, volevano obliare la memoria storica del battesimo di Costantino ad opera del vescovo ariano Eusebio di Nicomedia, ricordato chiaramente da Girolamo nel suo Chronicon. Ciò ovviamente
per un’esigenza di riabilitazione del primo imperatore cristiano. Costantino, infatti, dopo l’esaltazione operata da Eusebio di Cesarea nella Vita Constantini, fu presto oggetto di una letteratura tutt’altro che favorevole, soprattutto in ambito cristiano, dal momento che il secolo era violentemente attraversato da conflitti di natura teologica e la Chiesa aveva dovuto ben presto affermare una sua identità forte rispetto a tutte le eresie. Le simpatie di Costantino e di alcuni dei suoi successori nei confronti dell’arianesimo avevano posto per la prima volta il problema dei limiti dell’intervento imperiale nei conflitti ecclesiologici e imponevano ai rappresentanti del cattolicesimo un giudizio di condanna: Girolamo incarna perfettamente questo momento di propaganda negativa a cui la Chiesa fu costretta, per prendere le distanze da Costantino e dal suo battesimo per mano ariana. La leggenda sul battesimo ortodosso e romano naturalmente nasce in opposizione e quindi posteriormente a questa polemica anticostantiniana, in un momento in cui evidentemente risultava più funzionale una riabilitazione totale dell’imperatore. A questa versione ortodossa del battesimo costantiniano fu conferita autorevolezza dal papato di Roma in un momento difficilmente precisabile: sicuramente prima di papa Adriano I (772-795), che dimostra come il contenuto degli Actus fosse ormai considerato la versione ufficiale, in due lettere, una a Costantino e Irene, e l’altra a Carlomagno, di cui la prima fu letta al secondo concilio di Nicea. Da allora si constata una notevole crescita della fortuna della leggenda, che compare come versione ufficiale in gran parte della letteratura latina, greca, siriaca e armena31.
E fra le numerose aree geografiche in cui si diffondono gli Actus, per quanto riguarda l’area siriana, viene riportata proprio la leggenda del re Abgar V. Oltre all’area siriana, è anche citata un’area di influenza armena con riferimento a
Tiridate IV, re d’Armenia (298-330 d.C.), contemporaneo di Costantino, prima persecutore dei cristiani e affetto da una sorta di licantropia (in quel caso la trasformazione in un cinghiale), infine convertito e battezzato da san Gregorio l’Illuminatore, nobile armeno, educato alla fede cristiana in Cesarea di Cappadocia e divenuto apostolo degli armeni32.
La fonte della studiosa è Duchesne, che si occupa degli Actus Silvestri nel suo commento al Liber Pontificalis33. Queste leggende orientali dimostrano come fosse fondata la popolarità degli Actus Silvestri nella chiesa orientale e nello specifico armena:
il parallelismo fra le tre leggende si fondava sulla costanza di alcuni elementi essenziali: si tratta della conversione di un regno, che si attua nelle medesime circostanze: il re pagano (Abgar), o anche persecutore (Tiridate, Costantino) è colpito da una malattia vergognosa, la lebbra o la follia, che la medicina e la magia non riescono a guarire. Il re fa ricorso quindi ad un “apostolo di Dio” (Addai, Gregorio, Silvestro), che lo guarisce battezzandolo e converte allo stesso tempo tutto il regno. Sulla base di questi parallelismi e sul fatto che effettivamente la tradizione che dipinge Costantino battezzato per guarire dalla lebbra fisica e morale, senza l’intervento di Silvestro, ha la sua testimonianza più antica nell’omelia attribuita al vescovo monofisita Giacomo di Sarûg, scritta in siriaco nell’ultimo quarto del V secolo, Duchesne ipotizzava un’origine orientale, più precisamente di area siro-mesopotamica, dell’episodio della conversione e del battesimo di Costantino così come è narrato negli Actus Silvestri34.
Oltre alla versione di Eusebio, noi conosciamo la leggenda grazie alla versione siriaca del cronografo Laboubna, intitolata Dottrina dell’apostolo Addaï, nella già citata traduzione francese di A. Desreumaux35. In questa versione si parla di un ritratto di Cristo che viene portato da Taddeo ad Edessa. Questa immagine acheropita (ossia non realizzata da mani umane) di Cristo, sulla quale si sono soffermati Evagrio, Giovanni Damasceno, Giorgio Sincello, Teodoro Studita, Costantino Porfirogenito, spesso nella critica storica e artistica successiva è stata confusa e identificata con la Veronica, ma pure con la Sacra Sindone. Sulla materia esiste una vastissima bibliografia nella quale non ci addentriamo. Questa versione è interessante, però, perché si intreccia con il ritrovamento della Santa Croce in una delle tre leggende conosciute, ossia quella di Protonice (la più nota è quella di Elena). Infatti,
la guarigione del re è seguita dal contenuto della predicazione di Addaï, che include un lungo racconto sul ritrovamento della Croce attribuito a Protonice, nella leggenda moglie dell’imperatore Claudio. Segue la corrispondenza fra Abgar e Tiberio, le realizzazioni pastorali dell’apostolo, il suo testamento, la morte, il culto del santo36.
Particolarmente evidenti in questa versione siriaca i parallelismi con gli Actus Silvestri; ed ancora, fortemente presente, in questo senso, la polemica antigiudaica. Per quanto riguarda il ritrovamento della croce attribuito a Protonice,
gli studiosi non sono [tutti] d’accordo se avesse diffusione autonoma dalla Dottrina d’Addai, alla quale fu integrata da Laboubna37, oppure sia riconducibile proprio alla necessità di adattare la leggenda di Elena a quella ambientata al tempo di re Abgar38.
Canella sembra non avere dubbi sul collegamento della Dottrina di Addai con gli Atti di Giuda Ciriaco. Scrive infatti:
È probabile che queste tradizioni avessero una circolazione comune: la leggenda di Protonice, presente nella Dottrina di Addai, veniva già ricondotta alla volontà di legare la Chiesa edessena con quella di Gerusalemme, e allo stesso vescovo Rabbula si attribuiva con tutta probabilità l’inserimento dell’inventio Crucis nella Dottrina di Addai nella versione di Protonice, al medesimo scopo. A Rabbula vengono legati anche i due manoscritti più antichi della leggenda di Giuda Ciriaco, che, come già detto, sono in lingua siriaca: secondo van Esbroeck nei due manoscritti, di origine edessena, è possibile scorgere la mano di Rabbula stesso39.
Tornando alla lettera di Cristo, da Edessa essa sarebbe poi arrivata a Costantinopoli proprio grazie a Giorgio Maniace che se ne sarebbe impossessato nel 1032. Durante la rivoluzione scoppiata nel 1185 contro l’imperatore Andronico Commeno (1183-1185), nell’assalto della folla al Palazzo Reale, fra le varie ricchezze depredate dagli insorti c’era anche questa preziosa lettera, che da allora sparì40. Sarebbe interessante capire dove questo documento, quand’anche fosse accertata la sua esistenza, sia andato a finire. Ma qui noi dobbiamo necessariamente fermarci; occorrerebbe infatti lavorare di fantasia e il saggio storico lascerebbe il posto alla narrativa. Una narrativa in cui Giorgio Maniace, inconsapevole conservatore di beni culturali, sarebbe ottimo protagonista.
- Saggista e scrittore (Lecce). ↩︎
- Oltre alle fonti coeve (Giovanni Scilitze, Michele Psello, Michele Attaliate, Cristoforo Mitileneo, Anna Comnena, Teofane, Teofane Continuato, Giovanni Zonara, Guglielmo di Puglia), si segnalano, tra gli altri: F. Luzzati Laganà, Maniakes, Georgios, in Lexikon des Mittelalters, n. VI, 1, München-Zürich, 1992, col. 194; Maniakes, George, a cura di Ch.M. Brand – A. Cutler, in The Oxford Dictionary of Byzantium, ed. by A. Kazhdan – A.-M. Talbot – A. Cutler – T.E. Gregory – N.P. Ševčenko, 3 voll., New York-Oxford, 1991, II, p. 1285; B. Krsmanovič – A. Loma, George Maniakès, le nom OIKONOMIDES et “l’autonomie scythe” de Michel Psellos, in «Recueil des travaux de l’Institut d’études byzantines», n. XXXVI (1997), pp. 233-263; Ch. Stavrakos, Unpublizierte Bleisiegel der familie Maniakes: der Fall des Georgios Maniakes, in «Studies in Byzantine Sigillography», n. 8 (2003), pp. 101, 103-109, 111; E. Merendino, La spedizione di Maniace in Sicilia nel bios di San Filareto di Calabria, in «Nέα Ῥώμη», n. 1 (2004), pp. 135-141; A. Jacob, Le topotérète de la flotte Constantin et la révolte de Georges Maniakès en 1042 dans une inscription inédite de terre d’Otrante, in «Νέα Ῥώμη», n.4 (2007), pp. 163-176; L. Andriollo, Le charme du rebelle malheureux: Georges Maniakès dans les sources grecques du XIe siècle, in Travaux et mémoires, in Οὗ δῶρόν εἰμι τὰς γραφὰς βλέπων νόει. Mélanges Jean-Claude Cheynet, éd. par B. Caseau – V. Prigent – A. Sopracasa, Association des Amis du Centre d’Histoire et Civilisation de Byzance, Paris 2017; M. D’Ambrosi, Perseguitati ed esuli tra Bisanzio e Malta: Giorgio Maniace e l’Anonimo di Gozo, in «Rivista di Studi Bizantini e Neoellenici», Dipartimento di Scienze dell’Antichità, Sapienza Università di Roma, n. 54 (2017), Roma 2018, pp. 111-112; P. Vincenti, “Coronato di serti e cinto di catene”: Giorgio Maniace nelle vicende di Puglia, in Tra genti latine e radici greche. Omaggio a Gino Giovanni Chirizzi per i suoi 80 anni, a cura di M. Spedicato e C. Miglietta, Giorgiani Editore, Castiglione 2024, pp. 137-166. ↩︎
- J. Gay, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino dall’avvento di Basilio I alla resa di Bari ai Normanni (867-1071), Firenze 1917, pp. 422-423. ↩︎
- J.J. Norwich, I normanni nel Sud 1016-1130, [prima edizione italiana, Mursia, Milano 1971], traduzione di E. Lante Rospigliosi, Sellerio, Palermo 2021, p. 103. ↩︎
- G. Scalia, La traslazione del corpo di S. Agata e il suo valore storico, in «Archivio storico per la Sicilia Orientale», seconda serie, III-IV (1927-1928), pp. 38-128. ↩︎
- M. Papasidero, Translatio sanctitatis. I furti di reliquie nell’Italia medievale, Firenze University Press, Firenze 2019, p. 63. ↩︎
- Historia translationis corporis s. Agathae v. m. Constantinopoli Catanam, in Acta Sanctorum, Februarii, I, Paris 1863, pp. 642-648, riportato in Papasidero, Translatio sanctitatis, cit., p. 64, nota 179. Alla relazione di Maurizio, si aggiunse uno scritto del monaco Blandino, di poco posteriore, contenente i miracoli della santa. Si veda: L.T. White jr., Il monachesimo latino nella Sicilia normanna, Catania 1984, pp. 172-173. Inoltre, C. Naselli, Una redazione volgare dell’Epistola del vescovo Maurizio sulla traslazione delle reliquie di S. Agata da Costantinopoli a Catania, in «Archivio storico per la Sicilia Orientale», n. 19 (1922), p. 4. ↩︎
- G. Consoli, S. Agata vergine e martire catanese, II, Edizioni Capitolo della Cattedrale, Catania 1952, pp. 118-134, cit. Ivi, p. 65, nota 183. ↩︎
- Papasidero, Translatio sanctitatis, cit., pp. 63-65. Ricordiamo che nella storia di Sant’Agata si colloca anche l’episodio della mammella ritrovata sul lido di Taranto o anche sul lido di Gallipoli, come scrive il Ravenna: B. Ravenna, Memorie istoriche della città di Gallipoli, Napoli 1836, pp. 321-326, ma si tratta solo di un’interpolazione del testo di Scalia, La traslazione del corpo di S. Agata e il suo valore storico, cit. ↩︎
- Norwich, I normanni nel Sud, cit., p. 102, nota 6. ↩︎
- A. Nelson-Hood, La Ducea di Bronte, Liceo Classico Capizzi, Bronte 2005. La principale fonte sulla chiesa è: B. Radice, Il casale e l’abbazia di Maniace, in «Archivio storico siciliano», n. XXXIII (1909), pp. 1-104. ↩︎
- 12 Cfr. LUZZATI LAGANÀ, Giorgio Maniace, in Dizionario Biografico degli Italiani, cit. ↩︎
- Theophanes Continuatus, Ioannes Cameniata, Symeon Magister, Georgius Monachus, Bekker, Bonn 1838 [CSHB 2], pp. 415-417. ↩︎
- Ioannis Scylitzes, Synopsis historiarum, editio princeps, a cura di I. Thurn, Novi Eboraci, Berlino 1973 [CFHB 5], pp. 224-225, 387. ↩︎
- L. Andriollo, Il fascino del ribelle sfortunato. L’usurpazione fallita di Giorgio Maniace e la formazione di una memoria storico-letteraria nella Bisanzio dell’XI secolo, p. 8. ↩︎
- D’Ambrosi, Perseguitati ed esuli tra Bisanzio e Malta: Giorgio Maniace e l’Anonimo di Gozo, cit., p. 116, nota 25. ↩︎
- Svariate le fonti sulla leggenda di Abgar. Tra queste: L.-J. Tixeront, Les origines de l’Église d’Édesse et la légende d’Abgar. Étude critique suivie de deux textes orientaux inédits, Paris 1888; R.A. Lipsius-M. Bonnet, Acta Apostolorum apocrypha, tomo I, Leipzig 1891, pp. CVI-CXI e 273-278; A. Buffa, La légende d’Abgar et les origines de l’Église d’Édesse. Étude historique et critique, Genève 1894; J.W. Drijvers, Addaï und Mani. Christentum und Manichäismus im dritten Jahrhundert in Syrien, in «Orientalia Christiana Analecta», n. 221 (1983), pp. 171-185; Idem, Abgarsage, in Neutestamentliche Apokryphen in deutschen Übersetzung I Evangelien, a cura di W. Schneemelcher, Tübingen 1987, pp. 389-395; A. Desreumaux, Histoire du roi Abgar et de Jésus. Présentation et traduction du texte syriaque intégral de La Doctrine d’Addaï, Turnhout 1993; J. Gonzalez Nulez, La leyenda del rey Abgar y Jesus: Origenes del cristianismo en Edesa, Introduction, traduccion y notas del texto siriaco de la Enselanza del apostol Addai, Madrid 1995. ↩︎
- Eusebio di Cesarea, Historia ecclesiastica, I, 13, paragrafi 1-22. Per un’edizione moderna, Idem, Storia ecclesiastica, 1, a cura di A. Quaquarelli, traduzioni di S. Borzì, F. Migliore, Città Nuova, Roma 2001, e Storia ecclesiastica, 2, a cura di A. Quaquarelli, traduzioni di F. Migliore, G. Lo Castro, Città Nuova, Roma 2001. ↩︎
- A. Barbero, Costantino il vincitore, Salerno editrice, Roma 2016, p. 361. ↩︎
- Cfr. Norwich, Il regno nel sole 1130-1194, cit., p. 207. ↩︎
- Procopio di Cesarea, Guerra Persiana, II, 12, 20-30. ↩︎
- Ivi, II, 12, 26. Si veda N. Zorzi, Edessa and its fortifications in Byzantine times (6th-11th centuries), in C. Tonghini, From Edessa to Urfa The Fortification of the Citadel, Archaeopress Publishing Ltd, Oxford 2021, pp. 13-27, che descrive dettagliatamente la campagna di Siria di Maniace. ↩︎
- Desreumaux, Histoire du roi Abgar et de Jésus, cit. ↩︎
- T. Canella, Gli Actus Silvestri: Genesi di una leggenda su Costantino Imperatore, Tesi di dottorato di ricerca in Storia Religiosa (Novembre 2001-Ottobre 2003 – XVII Ciclo), Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, 2003, p. 43. ↩︎
- Ivi, p. 44, nota 11. ↩︎
- Ivi, p. 4. ↩︎
- Ivi, p. 5. ↩︎
- Si veda: S. Runciman, La teocrazia bizantina, con un saggio introduttivo di Silvia Ronchey, Sansoni, Milano 2003. ↩︎
- Canella, Gli Actus Silvestri: Genesi di una leggenda su Costantino Imperatore, cit., p. 6. ↩︎
- Ivi, p. 10. ↩︎
- Ivi, p. 16. Canella riporta attentamente tutte le fonti successive nelle quali viene ripresa la leggenda nel corso dei secoli con piccole modifiche o vistosi stravolgimenti rispetto alla versione originale. ↩︎
- Ivi, p. 41. ↩︎
- L. Duchesne, Le Liber Pontificalis. Texte, introduction et commentaire, I-II, Paris 1955 (prima edizione Paris 1886-1892), pp. CXVII-CXX, cit. Ivi, p. 41, nota 1. ↩︎
- Ivi, p. 42. ↩︎
- Desreumaux, Histoire du roi Abgar et de Jésus, cit. ↩︎
- Canella, Gli Actus Silvestri, cit., p. 44. ↩︎
- Così Desreumaux, Histoire du roi Abgar et de Jésus, cit., pp. 47-50, Ivi, p. 45, nota 17. ↩︎
- Ivi, pp. 45-46. ↩︎
- Ivi, p. 67. ↩︎
- Norwich, Il regno nel sole 1130-1194, cit., p. 563. ↩︎
