Estratto da “Krínomai. Rivista italiana di storia e critica delle Arti”, n. 2 (Milano, 2025), pp. 141 – 144.

Ho letto qualche anno addietro Se ho paura prendimi per mano, romanzo di Carla Vistarini2 edito da Corbaccio (Milano) nel 2014. Ne sono rimasto ammirato allora, ma confermo tale ammirazione ancor più adesso, che lo rileggo per accingermi a stilare queste righe di critica letteraria. Certo, più che la storia come storia, di cui il libro racconta, quello che conta, almeno per me, è la stesura da scrittura: la sua nettezza, la sua efficacia e il senso di un equilibrio calcolato. È la cosa che più traspare.
Potrei parlare di una lettura che si accompagna al “piacere del testo”, che peraltro, pur trattando una narrazione che mira a essere univocamente semplice per ragioni proprio da narrazione di genere, sa tuttavia essere complessa perché articolata su più piani. Il che fa di per sé “spessore”.Più in particolare c’è anche la nettezza del ritmo percepibile, “frase per frase” (in parallelo col procedere dell’autrice “parola per parola” – parole sue – all’interno di ogni frase) che costituisce fattore, quasi principale, di quel “piacere del testo”, di cui dicevo.
E detto questo, per quanto riguarda il mio criterio personale nell’affrontare qualsiasi testo, del quale m’interessa soprattutto cogliere il “marchio” di scrittura con cui l’autore si qualifica come autore, sull’essenziale avrei detto tutto. Lo stile di scrittura fa mondo, perciò fa storia, da sola.
Ma veniamo pure alla storia, al cosiddetto plot del romanzo. E qui, prima di tutto, vale il congegno logico della “trama”: altro pregio della Vistarini. Una prova da maestria, in corrispondenza d’abilità, per calcolo ed equilibrio, con la stesura da scrittura. Quindi un secondo aspetto da apprezzamento circa il piacere del testo che ne consegue. A dimostrazione, peraltro, di come l’Autrice sappia avvalersi delle caratteristiche del “genere” adottato: in questo caso, un noir (ma quasi) con sfumature di giallo, per di più giallo-ocra per via dei colori urbani di una Roma rivisitata con partecipazione affettuosa. È una questione di clima sentimentale sotto traccia ma che si avverte e perciò si sente.
Fattore, inoltre, di quest’attrattiva da partecipazione è anche il filo sottile di una sottigliezza dovuta a un’ironia, per metà da benevolenza e per metà da messa in risalto del distacco (il punto di vista adottato dalla Vistarini si mantiene sempre un po’ “al di fuori”) dalla vicenda narrata. Una vicenda nella quale è dato di cogliere un impianto quasi da magia di fiaba, piuttosto che da dura storia di “mala” dai poteri oscuri. Semmai un po’ arcani, che servono più a far mistero che paura (infatti, per superare la paura basta farsi prendere per mano). E ciò a conferma di un andamento da fiaba, sottinteso, che accompagna la vicenda. Vicenda il cui personaggio decisivo di un tutto, in senso emotivo (e poetico) prima ancora che da trama, è costituito dalla bambina semimuta, la cui capacità comunicativa verbale si riduce a una sola espressione e a una sola parola (entrambe molto corpose, anzi corporee addirittura che lei va ripetendo come un mantra magico), ma che, invece, dimostra di possedere una maturità e una capacità di comprensione sorprendentemente adulta e matura. Da personaggio da fiaba di magia appunto, come Propp insegna. Ed è anzi la lettura alla Propp che svela la singolare peculiarità di questo libro: come a dire che la Vistarini si avvale del genere di maniera riportandolo a una matrice letteraria “di fondazione” dell’impostazione letteraria di una storia. Peraltro, quest’aspetto del magico implicito, presente in questo libro, è confermato e rafforzato dall’invenzione del cane parlante del professore.
E assieme al filone, detto e non detto, da magia, c’è il filone, anche questo, tra detto e non detto, di un’ironia da sottigliezza che è fattore non secondario del distacco dell’Autrice dal genere di convenzione da lei adottato per la trasformazione della sua storia da noir-giallo “cattivistica” in qualcosa d’altro, perché del tutto esente dalle ingenuità tipiche di quel genere.
Quindi con senso di distacco, che si avverte come tale come se questo fosse il vero scopo di questo esercizio di scrittura. Impressione, questa, che ha la sua conferma nelle frequenti e ben scandite narrativamente nei punti giusti da “riflessioni da saggezza”, sempre sul calco dell’ironia indiretta, suggerite di volta in volta o dai personaggi, o dall’azione, o dalla situazione a mo’ di sentenza e in funzione di “intervalli”. E sono queste digressioni che costituiscono oasi da espressione, a volte con effetto esteriore, a volte con effetto interiore.
Spesso come espressione a sé, come prova di testo scritto “come si deve”. Mi astengo dal riportare esempi, anche perché l’elenco sarebbe troppo lungo e quindi tralascio. Ma c’è un momento particolare che mi va di dover segnalare a proposito di una tale riuscita come testo da ritenersi esemplare. Si tratta del capitolo 26, tutto intero, quello della stanza della malata sequestrata e reclusa: ritratto da alienata.

dei romanzi di Carla (novembre 2019).
È un capitolo che basta a sé e che pertanto può essere letto a sé, come storia a sé: un vero e proprio racconto autonomo, che, infatti, può fare a meno sia di ciò che nel romanzo lo precede e sia di ciò che lo segue. Esempio notevole di una sola situazione che ha la sua risoluzione in una rappresentazione unitaria che la contiene tutta, sia come significato di storia e sia come forma, “alta”, riuscita che la esprime. Dagli appunti presi leggendo avrei anche altre cose da dire, ma che tralascio per risparmio di noia (sono osservazioni mie su punti che farebbero questione come riflessione sulla letteratura di genere per vizio di mestiere, quindi cosa noiosa, perciò lasciamo andare).
