Vincenzo Sardelli: BUTCHERS CAPSULE – Tra sacrificio, carne e danza, un’indagine coreografica sull’essenza del gesto

di Vincenzo Sardelli1

Estratto da “Krínomai. Rivista italiana di storia e critica delle Arti”, n. 2 (Milano, 2025), pp. 157 – 162.

La performance Butchers Capsule, andata in scena alla Triennale di Milano per FOG (Performing Arts Festival) 2025, non è semplicemente un incontro tra danza e cucina, ma una ricerca viscerale che scava nelle radici culturali, storiche e mitologiche legate al sacrificio, alla carne e al movimento. Gloria Dorliguzzo, con la sua proposta coreografica, trasforma il gesto ancestrale del macellaio in un atto sacro, una danza che interroga il corpo, il sacrificio e la nostra relazione con la carne, tanto simbolica quanto fisica.
Un’opera che trasforma la ritualità della macellazione in un atto coreografico, ripercorrendo le tracce di un’antica pratica greca che fonde il culto della carne con il ritmo, creando un intreccio profondo tra corpo, parola e cibo.
La parola “hasapiko” (χασάπικο), che dà il nome al progetto, ha origini nel greco antico e indicava la “danza dei macellai”. Ma cosa c’è dietro questa etimologia che lega il gesto della danza a quello del taglio della carne? L’intuizione nasce dalla ricerca di Gloria Dorliguzzo, proveniente dalle arti marziali giapponesi, che ha approfondito la danza con maestri come Yoshito Ohono e Claudia Castellucci, sviluppando una ricerca che unisce corpo e arti visive. Ha collaborato con coreografi internazionali e con Romeo Castellucci, creando coreografie per spettacoli come Il Terzo Reich e Pavane for Prometheus. In Butchers Capsule l’autrice e coreografa esplora un legame antico e profondo tra i gesti rituali del sacrificio animale nell’Antica Grecia e la metrica poetica. La studiosa Lucia Amara (classicista e semiologa del testo e dell’immagine), nella sua lettura drammaturgica che affianca la performance, offre al pubblico una visione che va oltre la semplice descrizione storica: la macellazione rituale diventa un atto poetico, un taglio che scompone e ricompone, proprio come la poesia. La carne è il corpo da sezionare; la parola è il testo da modellare in armonia con la musica. Ecco perché in greco antico il termine “melos” (μέλος) indica simultaneamente il membro, il canto come carme e la melodia in senso musicale. La performance si sviluppa attorno a un tavolo con una ventina di libri, due lampade da tavolo che creano un’atmosfera raccolta, e fotocopie. Gli spettatori attorno alla scrivania, seduti a ferro di cavallo. Un’installazione guidata da Lucia Amara, che invita il pubblico a diventare parte di un incontro rituale. Qui, la macellazione non è solo un atto fisico, ma anche culturale. La carne che viene separata, divisa e sacrificata diventa metafora di una divisione più profonda, quella tra il corpo e il suo significato. Il gesto del macellaio diventa danza, ma non in senso tradizionale. L’assenza di carne e coltelli, l’assenza di violenza visibile, non svuota il gesto: lo distilla, lo purifica in una coreografia che rievoca il sacrificio senza sacrificarne la potenza. È proprio questa sottrazione, questo processo di astrazione, che fa di Butchers Capsule una proposta unica e originale. Il corpo dei macellai – interpretato da un professionista della macelleria come Francesco Inserra – diventa il corpo stesso della danza, come se ogni movimento, ogni taglio e ogni separazione fossero un atto di creazione. Ma non è solo la fisicità del gesto a farci riflettere: la musica, composta da Manfredi Clemente, accompagna la performance con suoni secchi e frammentati, creando un paesaggio sonoro che rispecchia la brutalità di un’operazione ritmica e precisa. L’atmosfera è fredda, asettica, come un laboratorio del sacrificio, ma la danza stessa, pur radicata nella carne e nel rito, si eleva verso qualcosa di più alto, di spirituale.
Il rapporto tra carne e parola è uno dei fulcri della ricerca di Dorliguzzo. Il filologo Jesper Svenbro, con il suo studio sulle analogie tra il lessico del taglio rituale e la metrica poetica, suggerisce che la poesia stessa nasce da un “taglio”, da un atto di divisione e selezione. Questa lettura evidenzia che la poesia, così come la macellazione, è un atto che separa, ma anche un atto che collega: attraverso la divisione, si crea un’unità nuova, un ritmo, un’armonia. Butchers Capsule riesce a trasferire questa dinamica nel linguaggio del corpo, dando vita a una danza che è anche un processo di sacrificio e creazione.
La performance si svolge sotto la direzione di Dorliguzzo, che, attraverso il movimento dell’interprete e l’azione drammatica di Lucia Amara, propone un’esperienza che non è solo estetica, ma anche intellettuale. Ogni parte del corpo, ogni gesto, si fa linguaggio, diventando portatore di una storia che affonda nelle radici della civiltà greca, dove il sacrificio e il gesto del taglio erano non solo fisici, ma anche profondamente spirituali e collettivi. I delfici giravano attorno all’ara sacrificale (περίοδος), tagliando a turno un pezzo di carne mentre cuoceva, e il fumo, salendo verso il cielo, creava una connessione con la divinità. In questo senso, diventava religio sia in orizzontale (rinsaldando i legami tra i fedeli) sia in verticale (creando un collegamento con il trascendente).

Uscendo per gruppi dal rito del sapere accademico con Amara, entriamo nella sala fredda per il rito della danza vera e propria. Anche questa processione ha un valore iniziatico. La performance si fa più cruda, ma anche più poetica.

Fig. 1 Momento scenico della performance, immortalato dagli scatti di Lorenza Daverio.
Fig. 2    Momento scenico della performance, immortalato dagli scatti di Lorenza Daverio.

Inserra, con il suo corpo forte e disciplinato, staziona in una stanza che sembra una scena di carneficina, ma che in realtà è un raffinato palcoscenico di astrazione coreografica. La scena è immersa in una luce gelida, implacabile. La violenza del gesto non è quella di un macellaio che agisce nel suo mestiere, ma quella di un corpo che diventa il sacrificio stesso. 

Il macellaio si fa sacerdote, e come tale ciba il proprio corpo del volto di Apollo, che sovrappone al proprio, trasformando la divinità in cibo, in un atto che sfida e celebra la carne, e che pare anticipare la ritualità eucaristica tipica del cristianesimo. Il movimento ripetitivo, fatto di tagli, colpi, tra ganci e cellophane, si fa solenne e, insieme, tragicamente fisico. Come un richiamo alla nostra natura primitiva, ma anche alla nostra essenza spirituale.

L’esperienza visiva e sensoriale che Butchers Capsule regala al pubblico è un viaggio nei territori dell’antropologia, della storia e del mito, ma anche un atto di riflessione sul nostro rapporto con il corpo e la cultura. Dorliguzzo non si limita a un gioco di immagini o a una performance estetica: Butchers Capsule è un’indagine sulla cultura come rito di sacrificio e trasformazione. La danza non è più separata dalla vita, ma diventa il gesto che attraversa la carne, che ne racconta la storia e ne esplora il significato profondo.

Quest’opera non è per i deboli di stomaco, né per chi cerca l’eleganza edulcorata della danza contemporanea. Eppure sembra potersi sposare anche con la nostra nuova sensibilità vegetariana e vegana, quando anticipa che  nell’ultima fase, a Delfi, i sacrifici erano anche di tipo vegetale. È tuttavia una ricerca che affonda nei sensi, nel sangue, nella carne. Una danza che non vuole essere bella, ma vera, intensa, carnale. È un’opera che ci costringe a confrontarci con il nostro rapporto con il cibo, con la vita, con la morte e con il sacrificio.In Butchers Capsule, Gloria Dorliguzzo, insieme alla sua squadra di artisti e studiosi, riesce a restituire la potenza e la sacralità di un gesto antico, che ci parla ancora oggi, non solo nel linguaggio della danza, ma anche nella nostra relazione quotidiana con ciò che mangiamo, ciò che viviamo e ciò che sacrifichiamo.

Fig. 3    Un ritratto fotografico di Gloria Dorliguzzo. © Ariella Vidach – AiEP 2025.
  1. Docente. Giornalista specializzato in musica e spettacoli (Milano). ↩︎

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