Giancarlo Capra: IL SEGNO E LO SPIRITO – Sul complesso rapporto tra tatuaggio e spiritualità

di Giancarlo Capra1

Estratto da “Krínomai. Rivista italiana di storia e critica delle Arti”, n. 2 (Milano, 2025), pp. 145 – 156.

«Il tatuaggio è una vera e propria consacrazione indiretta a Satana!». Così si esprimeva Padre Gabriele Amorth in una delle sue ultime interviste riguardo la pratica del tatuaggio.
L’esorcista del papa – così venne soprannominato il Padre in un recente film a lui dedicato – aggiunse inoltre:

Il tatuato permette al demonio di avere influenze su di lui. Molti problemi di depressione, alcolismo, droga ed altro ancora, spesso si manifestano proprio dopo l’essersi tatuati.

Parole che non lasciano davvero spazio a nessuna interpretazione se non a quella della condanna senza alternative. Ma queste parole rispecchiano in maniera univoca il pensiero della chiesa cristiana e dei suoi fedeli?
A dire il vero all’interno della chiesa non molti concordano con le teorie di padre Amorth, anzi, soprattutto negli ultimi decenni, la posizione del clero si è molto “alleggerita” nei riguardi del tatuaggio e dei tatuati, anche se esistono ancora frange più integraliste che concordano con il padre esorcista.
Possiamo davvero limitarci a descrivere una delle pratiche più antiche al mondo in un modo così drastico e semplicistico? Possiamo davvero dare al tatuaggio un significato così negativo senza riconoscerne nessun valore storico e antropologico?2
Facciamo un salto indietro di qualche decina di migliaia di anni. Ci sono diverse prove che testimoniano che l’uomo abbia iniziato a tatuarsi migliaia e migliaia di anni fa; alcuni ritrovamenti di oggetti riconducibili a quest’antichissima pratica risalgono addirittura al neolitico superiore.
Il famoso antropologo francese Edouard Lartet, padre della Paleoantropologia, scoprì nella seconda metà dell’Ottocento in una grotta ad Aurignac, nella Francia meridionale, degli aghi molto appuntiti; realizzati con ossa di renna, con residui di pigmenti colorati, utilizzati verosimilmente per incidere disegni nella cute. Probabilmente l’origine del tatuaggio é ancora più antica: secondo alcuni antropologi l’uomo inizia a decorare la propria pelle e a modificare il proprio corpo appena prende coscienza di sé. Nel momento in cui si rende conto di essere diverso dagli altri esseri viventi e appena avverte il bisogno di sottolineare questa sua diversità.
Secondo le teorie dell’antropopoiesi, l’uomo nasce incompleto, non da un punto di vista fisico, ovviamente (per quest’aspetto abbiamo tutte le informazioni che ci servono nel nostro Dna), ma da un punto di vista sociale, etico e morale.
L’uomo non è completo come individuo e per completare la sua formazione necessita di un aspetto fondamentale: la cultura. Solo con l’apprendimento culturale l’uomo si forma come individuo e acquista la consapevolezza del ruolo che gli compete all’interno di una società.
Dal punto di vista antropologico, per cultura si intende l’insieme di tutte le manifestazioni, i rituali, le tradizioni, i costumi, le usanze e le regole che coinvolgono sia la vita materiale che quella spirituale e che sono riconducibili a un preciso gruppo etnico, in relazione alle varie fasi di un processo evolutivo e ai diversi periodi storici o alle condizioni ambientali. In questo complicato processo di formazione dell’individuo che la scienza chiama, appunto, processo antropopoietico, il tatuaggio e le modificazioni corporee ricoprono un ruolo decisamente fondamentale.
Nei vari processi di formazione dell’individuo, indispensabili erano i riti iniziatici, o riti di passaggio. Questi riti erano normalmente suddivisi in tre fasi: una prima fase di allontanamento/separazione, una seconda di segregazione dove si era spesso sottoposti a prove fisiche e una fase finale di aggregazione, cioè di rientro nella società con un nuovo compito/ruolo.
Nella seconda fase, di norma, l’iniziato subiva prove difficili e dolorose, come scarificazioni, tatuaggi o diversi tipi di modificazioni corporee.
È innegabile quindi che il tatuaggio avesse un’importanza primaria nelle popolazioni tribali per la “costruzione” di un individuo all’interno di una determinata realtà sociale.
Abbiamo, di conseguenza, un tipo di tatuaggio e di modificazione corporea con un significato ben preciso, quello di creare un “senso di appartenenza” nell’individuo e di formare la sua identità facendogli assumere il proprio ruolo.
L’uomo, attraverso la modificazione corporea, soddisfaceva il bisogno di sottolineare la propria appartenenza ad una determinata tribù, clan o famiglia, portando con orgoglio i segni indelebili di quell’appartenenza sulla propria pelle.

Fig. 1 Un disegno di Giancarlo Capra, in stile vecchia stampa,
impiegato nel biglietto da visita del suo tattoo studio “Il Pellerossa”.

Questo tipo di tatuaggio trova una delle sue massime espressioni tra i popoli della Nuova Zelanda e tra i Polinesiani. Qui, ogni informazione relativa all’individuo viene “raccontata” attraverso il tatuaggio, che assume il ruolo di vero e proprio documento di identità3.
Ben presto l’uomo inizia a tatuarsi anche per altri motivi. Nascono così diversi tipi di decorazione corporea che possiamo aggiungere al tatuaggio identificativo, come il tatuaggio terapeutico/curativo, il tatuaggio propiziatorio/apotropaico e ovviamente il tatuaggio magico e religioso.
Naturalmente, per l’uomo primitivo, i confini tra medicina, magia, religione, riti propiziatori o apotropaici erano davvero flebili e spesso questi aspetti fluivano tutti in un’unica pratica.
Non di rado un tatuaggio univa in un unico disegno diversi significati; poteva, quindi, essere realizzato principalmente come segno identificativo, ma poteva anche servire come simbolo magico e propiziatorio o per allontanare influenze negative causate da spiriti malvagi (tatuaggio apotropaico).
Ciò che è innegabile è che fin dagli inizi la pratica del tatuaggio si intreccia frequentemente con la religione e i riti ad essa connessi.
Per molte popolazioni tribali il tatuaggio non serviva solo per dare al tatuato una sorta di identità in questo mondo ma addirittura per essere riconosciuto e accettato nell’aldilà. Sovente l’utilizzo di questa pratica aveva come scopo quello di potersi assicurare il meritato posto tra i propri antenati nel mondo dei morti.
Presso il popolo Sioux, ad esempio, lo spirito di un valoroso guerriero poteva trovare posto nella “terra delle molte tende” solo se in vita si era tatuato sulla fronte, sui polsi e sul mento con disegni che uno sciamano riteneva adatti al suo spirito.
Durante il tragitto verso “le molte tende” una vecchia controllava i tatuaggi di tutti gli spiriti che passavano per quel sentiero e se non li riteneva corretti scaraventava lo sfortunato giù da una rupe e lo condannava a vagare in eterno senza una meta tra le terre aride e desolate.
Gli Indù del Bengala credevano che morire senza tatuaggi significasse non poter essere riconosciuti dai propri antenati nel mondo degli spiriti.

Per il popolo Kayan, nel Borneo, i tatuaggi non solo ricoprivano un ruolo fondamentale come potente talismano contro demoni e malattie, ma si trasformavano in torce luminose una volta defunti, per illuminare il cammino nel regno dei morti.
Nelle isole Fiji, le donne che morivano senza portare tatuaggi facevano una brutta fine: dapprima venivano aggredite violentemente dagli spiriti delle altre donne e una volta fatte a pezzi venivano servite come cibo per gli Dei.
Moltissimi popoli iniziarono così a realizzare tatuaggi magico/religiosi in segno di protezione verso gli spiriti maligni e come “lasciapassare” per l’aldilà.
Tra le popolazioni Khmer (gli odierni cambogiani) era in uso un tipo di tatuaggio occulto dai poteri magici, che presto si diffuse in tutte le civiltà del sudest asiatico come i birmani, i laotiani, i siamesi e l’antico popolo che abitava la Thailandia. Questo tatuaggio magico prende il nome di Sak Yant e la sua realizzazione non può prescindere da un contesto rituale e religioso.
Con la diffusione del buddismo nel sud-est asiatico, anche la pratica del Sak Yant si propaga fino a diventare una parte importante della cultura thailandese. Oggi i Sak Yant sono molto diffusi in Thailandia, soprattutto tra i monaci, che li usano come simbolo della loro devozione spirituale.

Figg. 2-3 Esempi di tatuaggi Sak Yant. A sx, tatuaggio magico-religioso. A dx, tatuaggio in uso presso i monaci Thailandesi.

Gli antropologi Henry Field e W.D. Hambley organizzarono diversi viaggi, nella prima metà del secolo scorso, in Irak, Egitto, Siria, Iran e nel golfo persico per studiare le origini del tatuaggio in quelle aree e scoprirono che la diffusione del tatuaggio era avvenuta soprattutto grazie ai riti religiosi.
Non si può negare che uno dei motivi che spinse l’uomo a tatuarsi e che fu fondamentale per la sua diffusione nell’antichità fosse proprio la religione e le credenze magico spirituali. Ma cosa succede con l’arrivo delle tre principali religioni monoteiste?
Per l’Islam, il tatuaggio è una cosa “sporca”, qualcosa che causa impurità nell’individuo e un’espressione di vanità. Sebbene non ci sia nel Corano nessun riferimento specifico al tatuaggio i musulmani preferiscono ritenerlo una pratica peccaminosa quindi da evitare per non offendere Dio4.
In realtà in passato il tatuaggio era molto praticato tra i popoli islamici. Ci sono diversi studiosi di religioni antiche che attestano che molti musulmani in Africa, Siria, Arabia Saudita, Iran e Pakistan utilizzassero i tatuaggi non solo per motivi religiosi ma anche come pratica curativa terapeutica o semplicemente per motivi estetici.
In alcune aree meno integraliste del mondo arabo-islamico come Iraq, Afghanistan, Egitto, Marocco ed Algeria il tatuaggio è tuttora praticato anche se non molto diffuso.
Le autorità religiose ebraiche hanno sempre sostenuto che non è mai esistito un tatuaggio di tipo religioso tra il popolo ebraico, negando l’esistenza di diverse prove storiche che attestano esattamente il contrario. Fatto sta che a un certo punto questa pratica viene vietata ufficialmente dalla religione ebraica. La domanda nasce spontanea: che senso ha istituire una legge per vietare qualcosa che non esiste?
Gli ebrei avvalorarono un passaggio del vecchio testamento, a loro avviso molto chiaro riguardo l’usanza di decorare indelebilmente il proprio corpo: «Non vi farete incisioni nella carne per un morto, né vi farete tatuaggi addosso, io sono il Signore!» (Levitico 19,28).
Ovviamente la parola tatuaggio viene utilizzata solo nelle traduzioni recenti, nei testi originali si parlava di “marchio”, “segno”; ma è abbastanza chiaro il riferimento alla pratica di decorare in maniera indelebile il proprio corpo.

È altresì palese, secondo molti studiosi, che questo divieto non si riferiva esplicitamente al tatuaggio in generale ma ad una pratica molto diffusa in Egitto e che si stava espandendo anche tra il popolo di Israele, quella di tatuarsi in segno di lutto. Un divieto quindi ad un tatuaggio ritenuto pagano, legato alla superstizione e al rito dei defunti non conforme alla religione ebraica.
William McClure Thompson, un missionario protestante americano studioso della Bibbia, scrisse in una sua pubblicazione che in diversi punti dell’antico testamento si parla di “marchi religiosi”, che potrebbero essere interpretati come tatuaggi. Persino Mosè si sarebbe tatuato dopo la fuga dall’Egitto e avrebbe creato per il suo popolo uno speciale tatuaggio di riconoscimento.
C’è un passaggio interessante nelle antiche scritture che, secondo alcuni sostenitori del tatuaggio, prova che Dio non solo non è contrario a questa pratica ma probabilmente è stato il primo a crearne un esempio. Parliamo di quando Caino, dopo esser stato cacciato in esilio per aver ucciso Abele, temendo di poter essere punito e fare la fine del fratello chiese pietà a Dio, il quale gli fece un segno indelebile sulla fronte in segno di protezione: «Ma il Signore gli disse: ebbene, chiunque ucciderà Caino, sarà punito sette volte più di lui. Il Signore mise un segno su Caino, perché nessuno, trovandolo, lo uccidesse» (Genesi 4,15).
È forse questo segno una sorta di tatuaggio primordiale? È forse stato Yahweh il primo tatuatore della storia? Non me ne vogliano i credenti più conservatori, ma mi piace pensarlo.
Nei primi secoli del cristianesimo, il tatuaggio era una pratica molto diffusa tra i cristiani che usavano il tatuaggio come simbolo di appartenenza ma anche di ribellione verso le autorità repressive. Essendo perseguitati e dovendo professare la propria fede di nascosto, avevano bisogno di portare simboli non facilmente riconoscibili dai non praticanti ma di forte significato per i seguaci di Cristo. Il tatuaggio continuò a diffondersi tra i cristiani anche dopo l’editto di Costantino del 313 e la legalizzazione della religione cristiana.
Fu papa Adriano I nel 787, con una bolla papale, a vietarne la pratica in Europa. Questa decisione si basava sulla convinzione che il tatuaggio fosse una forma di alterazione del corpo, contraria, quindi, alla visione cristiana della creazione naturale, non tanto sui passaggi biblici che condizionarono le autorità religiose ebraiche.

La diffusione del tatuaggio cominciò a diminuire drasticamente in tutta Europa, ma non scomparve del tutto. Furono proprio i cristiani, a dir il vero, a mantenere viva questa tradizione. Tra i pellegrini che si recavano in Terra Santa divenne abitudine tatuarsi croci cristiane e altri simboli religiosi, così come tra i cristiani copti egiziani, nella comunità cristiana etiope, armena e maronita.
Si ritiene che anche tra i crociati fosse comune l’usanza di tatuarsi la croce, sia come segno di appartenenza e fedeltà alla fede cristiana, sia come strumento di identificazione sul campo di battaglia; ma questa teoria non trova d’accordo alcuni studiosi del periodo medioevale che sostengono che non ci siano prove storiche che venisse praticato il tatuaggio tra i crociati.
Sicuramente una prova storica e importante dell’esistenza tra i cristiani di un tatuaggio di tipo religioso ce l’ha lasciata la città di Loreto. Qui il tatuaggio era praticato da quattro o cinque famiglie di “marcatori” (probabilmente nati come calzolai), che si tramandavano la tradizione da padre in figlio, fin dal sec. XV. I pellegrini che visitavano il santuario della Santa Casa di Loreto si facevano tatuare dai “marcatori” una rappresentazione sacra a ricordo del viaggio e, in segno di devozione alla Madonna lauretana, l’immagine di quest’ultima era una delle iconografie più richieste.

Fig. 4       Stampini con immagini sacre utilizzati dai “marcatori” di Loreto.
Fig. 5       Esempi di tatuaggi sacri della tradizione lauretana.

I “marcatori” mostravano al pellegrino una serie di tavolette di legno con i vari disegni in rilievo, una sorta di timbro, che serviva per “stampare” con un impasto di nerofumo, alcool e semi di anice il disegno sulla pelle. Una volta “impresso” il disegno tramite lo stampo, il marcatore iniziava a seguirne la traccia praticando piccoli fori con tre aghi intinti nello stesso pigmento utilizzato per il timbro.
Fino a metà del Novecento il tatuaggio lauretano era molto diffuso tra i visitatori del santuario, diventando uno degli stili di tatuaggio tradizionale e storico più importanti della penisola italiana5.

Da quando l’uomo ha iniziato a decorare in maniera indelebile la propria pelle, ha sempre unito all’aspetto decorativo/estetico un significato religioso/spirituale, in passato legato magari più alla superstizione e alla magia che ad una fede religiosa ben definita, ma sempre con rispetto verso le forze naturali e soprattutto sovrannaturali. Nella maggior parte dei casi per difendere se stesso dalle forze negative e quasi mai per venerarle.
Ovviamente esistono anche persone che si tatuano soggetti “satanici” o nel nome di demoni antichi. Anton La Vey, il fondatore della “chiesa di Satana” di San Francisco, riteneva che ogni vero satanista dovesse possedere tatuaggi sul proprio corpo, ovviamente con simboli anticristiani, legati all’esoterismo e alla magia nera.
Forse è questa una delle ragioni per la quale alcuni padri esorcisti collegano con estrema semplicità il tatuaggio ai rituali satanici.
Fatto sta che la pratica di decorare o modificare il proprio corpo risale alla notte dei tempi, ha accompagnato e segnato la vita di miliardi di persone, ha superato ostacoli enormi, è sopravvissuta al divieto da parte di sovrani, politici, papi, capi religiosi, per arrivare fino ai nostri giorni.
Ogni persona che si tatua porta avanti un discorso iniziato migliaia e migliaia di anni fa, aggiungendo una piccola testimonianza, una piccola parola ad una storia bellissima, la storia dell’essere umano, della sua evoluzione, del suo divenire individuo e della sua crescente consapevolezza e conoscenza.
Non limitiamo il tatuaggio ad una mera esibizione estetica! Il tatuaggio ha radici profonde e fa parte della nostra storia evolutiva. Chi porta un tatuaggio proietta in avanti una tradizione antica, forse tra le più antiche di cui l’umanità abbia memoria.

Fig. 6       Schiena tatuata da Giancarlo Capra, presso il suo Tattoo Studio “Il Pellerossa” (Lodi), con disegni ispirati alle antiche simbologie egizie.
  1. Artista e tatuatore (Lodi). ↩︎
  2.  Per un excursus sulla storia dei tatuaggi, si veda A. Castellani, Storia sociale dei tatuaggi, Donzelli, Roma 2014. ↩︎
  3. J. Pierrat, Tatuaggi. Storia di una pratica ancestrale, Edizioni Sonda, Milano 2019, p. 22. ↩︎
  4. G. Larsson, Islam and tattooing: an old question, a new research topic, in «Religion and the Body», n. 23 (2014), pp. 237-256. ↩︎
  5. C. Pigorini Beri, I tatuaggi sacri e profani della Santa Casa di Loreto, ristampa dell’opera originale del 1889, Edizioni OM, Quarto Inferiore 2020. ↩︎

Autore