Cesare Orlando: THATCHERISMO E NEW WAVE BRITANNICA – La rivoluzione musicale al tempo di Margaret Thatcher

di Cesare Orlando1

Estratto da “Krínomai. Rivista italiana di storia e critica delle Arti”, n. 2 (Milano, 2025), pp. 113 – 120.

Oh Margaret Thatcher is so sexy
She’s the girl for you and me
I go red when she’s on the telly
Cos I think she fancies me

(Notsensibles)

Non si era mai visto. Una donna in politica. In un mondo dominato dagli uomini, un partito dalla lunga e consolidata storia, quei Tories che a lungo avevano cercato di farla desistere dall’ambizione di arrivare ai vertici del partito. Eppure Margaret Hilda Roberts, nata nel 1925 a Grantham, in Gran Bretagna, in una famiglia benestante e religiosa come figlia di un droghiere, costruisce la sua formazione, laureandosi in chimica all’università di Oxford senza mai abbandonare il desiderio di una carriera in Parlamento.
Sono proprio la tenacia e lo straordinario fiuto politico a permetterle di conseguire una seconda laurea in giurisprudenza e a condurla all’interno di un ambito che non le è mai stato estraneo. Si trasferisce a Dartford, nel Kent, dove partecipa alle elezioni del 1950 e 1951 senza riuscire a battere il candidato del Partito Laburista ma conquistando molti consensi. La lady non molla e la sua popolarità cresce, fino a ottenere la carica di ministro dell’Istruzione nel 1970. Nel 1979 diventa la prima donna a ricoprire la carica di Primo Ministro nella storia del Regno Unito, oltre ovviamente alla sua solida leadership del Partito Conservatore. Resterà in carica fino al 1990, conquistando un altro record, quello del premierato più lungo nella storia britannica del Dopoguerra, ancora intatto.
L’Iron Lady, come la stampa chiamò Margaret (definita anche Maggie, con alterne accezioni) ha regnato parallelamente alla monarca effettiva, quell’Elisabetta II che certo, nel privato delle stanze di Buckingham Palace, non lesinò perplessità e rigidità nei suoi confronti, esercitando un potere enorme sull’opinione pubblica e anche overseas ma questo non la rese immune da ondate di critiche, attacchi e malumori, specie da parte della working class. Ecco dunque montare un’onda anomala, legioni e legioni di musicisti, cantanti e artisti che costituirono la celeberrima British New Wave.

Fig. 1    Margaret Thatcher in un ritratto fotografico ufficiale del 1995.

Un vero e proprio Rinascimento (sotto il regno di un’altra Elizabeth, la prima) che aveva qualcosa di paradossale, inversamente proporzionale: se da un versante il paese sprofondava nella recessione, sotto i colpi di una selvaggia corsa alle privatizzazioni che coinvolgeva trasporti aerei e ferroviari, energia e telecomunicazioni, oltre alla chiusura delle miniere e alla disoccupazione alle stelle, dall’altro si registrò un inusitato fiorire di talenti, che portò la musica britannica in testa alle classifiche di tutta l’Europa, sfondando nei mercati tradizionalmente più ostici (gli Stati Uniti) e arrivando anche a “colonizzare” il Giappone, oltre alle lontane terre anglofone down under d’Australia e Nuova Zelanda.
Emblematiche, in tal senso, le edizioni dal 1985 al 1987 del nostro Festival di Sanremo, in cui si allestì addirittura una kermesse parallela, con decine e decine di artisti della Gran Bretagna ad esibirsi in un teatro tenda creato ad hoc, il cosiddetto “Palarock”. Un cast che numericamente superava quello della gara tradizionale, spostando diametralmente tutto il pubblico giovane su quel palco.
Ma vediamoli, questi artisti, questo manipolo di ammutinati, giacobini ed eretici, che si ribellavano alla loro guida politica (ma sempre rispettando la Corona, a differenza di quanto era successo solo qualche anno prima, con la rivolta punk) con le armi delle sette note.
Molte le città britanniche che si sono fatte centri propulsori di nuova creatività nel decennio thatcheriano: Manchester, Sheffield, Liverpool, Bath, Birmingham, Newcastle. Ma anche Glasgow in Scozia e Belfast in Irlanda del Nord, o Cardiff in Galles.
Londra e i suoi sobborghi, in quegli anni, sono, com’è ovvio immaginare, lava che ribolle di fermenti di creatività e sovversione musicale. Le parole degli Specials, una band ska della periferia della capitale, descrivono perfettamente l’atmosfera depressa della città:

This town (town) is coming like a ghost town
Why must the youth fight against themselves?
Government leaving the youth on the shelf
This place (town) is coming like a ghost town
No job to be found in this country
Can’t go on no more
The people getting angry

E che dire dei Clash, che proprio nel primo anno al governo di Maggie, fanno uscire il loro album pietra miliare, “London Calling”.

But I have no fear,
‘Cause London is drowning and I
I live by the river.

Dal ventre pulsante dei suburbs ai quartieri operai, ovunque è un fiorire di nuovi artisti, molti dei quali fanno musica con poco: un sintetizzatore, magari preso a noleggio o richiedendo prestiti alle banche, che riproduce e suona come una band al completo, in grado di creare canzoni con il minimo sforzo, ma non per questo con minore valore. Ecco dunque I Depeche Mode, i Tears for Fears, gli Human League, gli Heaven 17, gli Yazoo, i Pet Shop Boys, gli Eurythmics e i Dead or Alive. Ma ci sono anche i Frankie goes to Hollywood e i Culture Club, che con i Bronski Beat portano avanti la battaglia dei diritti degli omosessuali. Una comunità che, persino in una nazione tradizionalmente più tollerante in tal senso, deve combattere contro discriminazioni e violenze, soprattutto da parte delle nuove organizzazioni neofasciste che cavalcano il malcontento popolare, come il National Front di Oswald Mosley. C’è il menestrello socialista Billy Bragg, novello Bob Dylan d’Oltremanica ma molto più incazzato. Gli Smiths del carismatico ed iconico Morrissey vanno molto, molto oltre, contrassegnandosi da subito come una band militante, prendendo di mira la premier in più occasioni, come nella velenosissima “Margaret on the guillotine”, in cui il cantante di Manchester la tocca piano:

The kind people
Have a wonderful dream
Margaret on the guillotine
Cause people like you
Make me feel so tired
When will you die?
When will you die?
When will you die?
When will you die?
When will you die?

Fig. 2    I Bronski Beat, celebre trio di synth pop britannico degli anni Ottanta.

And people like you
Make me feel so old inside
Please die
And kind people
Do not shelter this dream
Make it real
Make the dream real

Fig. 3 Billy Bragg (Barking, 1957),
cantautore, chitarrista e attivista britannico.

Persino l’heavy metal vive una stagione eccezionale: dagli Iron Maiden di West Ham ai Saxon dello Yorkshire, dai Judas Priest di Birmingham ai Def Leppard di Sheffield, i ragazzi inglesi con i capelli lunghi, il chiodo e le borchie gridano la loro rabbia contro il governo conservatore.
Il punk rock, che nel 1977 aveva messo a ferro e fuoco un’isola intera con i Sex Pistols, i già citati Clash, i Damned, i Buzzcocks e altre centinaia di anarchici improvvisati, vive una recrudescenza di ribellione proprio contro Margaret e il suo governo “fascista”. Ecco dunque band come i Crass, alfieri del punk anni Ottanta che così cantano la loro rabbia verso la premier e la sua ostinata guerra alle isole Falklands, costata migliaia di morti alla nazione:

How does it feel to be the mother of a thousand death?
Young boys rest now, cold graves in cold earth.
How does it feel to be the mother of a thousand death?
Sunken eyes, lost now; empty sockets in futile death.
Your arrogance has gutted these bodies of life,
Your deceit fooled them that it was worth the sacrifice.
Your lies persuaded people to accept the wasted blood

I Duran Duran e gli Wham! conquistano prima le ragazzine, poi il mondo con un pop che è commistione straordinaria di funky, soul e ballate destinate a restare scolpite nella storia (“Careless Whisper” e “Save a prayer” su tutte), in una visione ottimistica della vita che è evasione dal grigiore thatcheriano. C’è poi tutto un flusso di nuovi mods, jazzisti e soul boys che combattono il thatcherismo con la forza dell’eleganza, mascherando con classe le loro origini proletarie e sfoderando canzoni e dischi meravigliosi. Molti di loro hanno la tessera del Partito Laburista, ma quando salgono sul palco incantano ed emozionano e la politica la fanno così. È il caso di ABC, Simply Red, Style Council, Spandau Ballet, Sade, Working Week, Deacon Blue e Prefab Sprout, stelle di un fenomeno che la stampa britannica chiama “new cool”.

Fig. 4    The Clash. Gruppo musicale punk rock britannico, attivo dal 1976 al 1986.
Fig. 5    Gli Style Council. Gruppo musicale britannico attivo tra il 1983 e il 1989.

La musica è da sempre specchio dai mille riflessi, voce autentica dello zeitgeist e la perfida Albione ha vissuto una stagione irripetibile di grandi artisti, che ancora oggi influenzano generazioni e generazioni. Non era solo entertainment, era sostanza. E come diceva Shakespeare, «siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni».

Fig. 6    Gli Spandau Ballet. Gruppo musicale britannico,
attivo – a più riprese – tra il 1979 e il 2019.
  1. Giornalista freelance, specializzato in musica e spettacoli (Roma). ↩︎

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