Franco Danieli: IL MIO AMICO JAGUAPIRÙ – Le molte vite di Alessandro Kokocinski

di Franco Danieli1

Estratto da “Krínomai. Rivista italiana di storia e critica delle Arti”, n. 2 (Milano, 2025), pp. 93 – 112.

Quasi impassibile, muto, silenzioso,
Alessandro è la vita, giovane, dura,
dura fin troppo,
apertamente oscura,
angelo operaio in triste urgenza precipitosa,
tenero, povero, feroce, disperato,
luminoso,
emerso
dalle realtà più lacerate,
dalle agoniche profondità,
di questo dolore, di questo schianto
che oggi la terra,
il vento
che lo porta e lo trascina
in un convulso movimento,
la mano ferma, artiglio e ala in guerra,
che disegna,
contrae,
stringe, comprime
e quasi goyescamente spaventa
in un mondo nudo
che ti mette un nodo
alla gola.

(Rafael Alberti. Roma, febbraio 1972)

La poesia che Rafael Alberti dedica all’amico è una perfetta prefigurazione del percorso creativo di Kokocinski. Il poeta e pittore spagnolo ha tutti i necessari requisiti per apprezzare immediatamente le capacità artistiche e umane del giovane Alessandro che ha accolto a Roma nel dicembre del 1971. Entrambi perseguitati, fuggiaschi e testimoni del loro tempo.
Una vita, quella di Alessandro, che attraversa epoche, culture e continenti diversi; un apolide, cresciuto e formatosi alla “dura accademia della vita”, “straniero in terra straniera” che diventerà un fedele narratore, con la sua arte, delle angosce e delle gioie dell’umanità.

È dallo straordinario melting pot del suo albero genealogico che si formerà l’uomo e l’artista. «Ero figlio di guerrieri in fuga e di grandi dolori ma, nello stesso tempo, ero frutto di profondi ideali e di tante speranze (…)»2. Una complessità di genesi che si traduce in Alessandro nel contrasto permanente tra la ricerca di una stabilità esistenziale ed affettiva e il rincorrere esperienze necessarie alla sua creatività.

Le mie origini furono tumultuose. I miei ricordi sono ancorati nel profondo dell’inconscio e hanno segnato inesorabilmente il mio destino. Rammento con nostalgia il mio nonno materno Costantin Borislavich, bello nel corpo e nell’animo, un ingegnere di carriera con la passione per il teatro, che divenne scenografo, pianista e astronomo dilettante. E poi mia madre Elena, che aveva appena iniziato il liceo artistico allo scoppio della guerra, nel 1939 e che, una volta sfollata in Italia (correva l’anno 1943), si guadagnava da vivere dipingendo ritratti. E mio padre Janusz, figlio di un gitano russo e di una polacca, che già a 17 anni era un anarchico e un combattente. Furono tra i pochi che riuscirono a sopravvivere a quell’immane tragedia. Il resto della famiglia non ce la fece. Fu spazzato via dal vento dell’Olocausto e della guerra. Mio nonno era stato coinvolto nelle fiamme della rivoluzione russa. I miei genitori furono scaraventati, come foglie strappate dal vento, nella tempesta della Seconda Guerra Mondiale, alla quale assistettero, di volta in volta come testimoni, protagonisti, vittime… Mio padre Janusz finì in un gulag di Stalin in Siberia, nel Kamchtka, quando non aveva ancora vent’anni per ragioni politiche, e vi rimase per tre anni. Da lì attraversò tutta l’Asia centrale, la Persia e il Medio Oriente per approdare in Egitto dove si arruolò nella divisione anglo-polacca del generale Anders. A El Alamein ebbe il suo battesimo del fuoco e diede un contributo alla cacciata dei tedeschi e degli italiani dall’Africa. Poi partecipò allo sbarco in Sicilia, combatté a Cassino, risalì la penisola e si fermò a ridosso della Linea Gotica. Mia madre e mio nonno, nel frattempo, erano riusciti a fuggire, in maniera rocambolesca, dal convoglio che li stava trasportando nel campo di sterminio di Treblinka e, dopo aver attraversato fra mille pericoli la Germania e l’Austria, erano approdati in Italia. Finita la guerra questa parte dell’umanità cominciò a leccarsi le ferite. Mio padre Janusz si trovava di stanza in una base militare sul versante Adriatico, nella terra dove erano nati Giacomo Leopardi e Beniamino Gigli. I due giovani si conobbero e sbocciò subito l’amore. Le ragioni della politica si apprestavano a colpire nuovamente. Mia madre e mio nonno furono rinchiusi in un campo di prigionia dagli americani in attesa di essere rimpatriati in Unione Sovietica. E Dio solo sa cosa sarebbe loro successo. Mio padre non ci pensò due volte e con un gruppo di compagni liberò la maggior parte dei prigionieri, senza fare del male a nessuno. Ma a questo punto erano diventati tutti dei profughi e lui, in più, era anche un disertore. Con l’arrivo della Primavera, a Pasqua, venni al mondo io3.

Ed è in un campo profughi nelle Marche, a Porto Recanati, che nasce, dovendo sin da subito sfidare la “mala sorte” per poter sopravvivere. In cerca di futuro la famiglia sceglie di recarsi in Argentina, la “Terra promessa”. Qui è presente una vasta comunità marchigiana di antica emigrazione e una più recente di polacchi, parte di quei 2,5 milioni che scelsero nel dopoguerra di non rientrare nella loro patria ormai sotto il giogo dell’Unione Sovietica.

(…) Sbarcammo da una nave militare inglese nel porto di Buenos Aires verso la fine del 1948, inizi 1949, dopo una drammatica traversata dell’Atlantico che si pagò il pedaggio con la vita dei più indifesi, donne e bambini che scomparvero nel ventre scuro dell’oceano. Ancora una volta il miracolo della vita ci ha fatto mettere piede nella terra argentina, terra di grandi contrasti, di immensi spazi e di sogni ancora più grandi. Non è facile rendere conto di quei giorni strani e straordinari, pieni di memoria, mi sembrava che il sole splendesse sempre: avevo davanti a me la vita – l’incontro con l’infinito! Nasco nell’oscurità del cielo dove lontano lo sguardo si perde attendendo la luce. Verrà il mattino nei suoi raggi dorati per volare verso un’alba stellare, abbandonandomi nelle ali dell’avventura umana: che è il mio futuro4.

Appena nato è già un emigrante e sarà così per molti anni, peregrinando dapprima per il subcontinente americano e poi per il mondo. Una condizione che può creare un permanente disagio oppure rafforzare l’identità. L’esperienza migratoria lo conduce a svolgere una molteplicità di lavori, a interagire con società umane diverse per lingue e culture, ad acquisire capacità e risorse che si riveleranno preziose. Un vissuto personale quello del migrante che si trasforma in un valore aggiunto, come nella efficace sintesi della psicologa e sociologa polacca Danuta Mostwin:

Il terzo valore è l’energia creata dal confronto del singolo (e dei suoi valori) con le nuove condizioni di vita. […] Il risultato porta a un modo di pensare diverso, e più ricco, a una maggiore indipendenza e consapevolezza della propria evoluzione.

La permanenza della famiglia nella capitale argentina è breve; si sposta nuovamente verso il nord alla ricerca, vana, di una comunità di emigranti russi. I Kokocinski, smarriti, vengono “adottati” nel loro peregrinare da una tribù nomade di indios Guaranì. Alessandro cresce giocando con i suoi piccoli amici che lo chiamano Jaguapirù, “Cane Magro”, per via della sua esile struttura fisica. L’esistenza si svolge nella “Selva Misionera”, la grande foresta pluviale che si estende tra Argentina, Paraguay e Brasile, vicino alle cascate di Iguazú, tra caimani, tapiri, scimmie urlanti, tucani, giaguari, in assoluta armonia con la natura.

L’incanto sarebbe stato perfetto se non fosse stato per Elena, una donna coltissima, un’intellettuale, che raccontava al suo bambino, appena uscito da qualche gioco temerario, le storie più belle della tradizione russa: Puškin, Gogol’, Lermontov, Dostoevskij, Tolstoj, Čechov. Ma Alik non capiva. Strade, palazzi, città, abiti e arredi – che Elena descriveva con dovizia di particolari – erano per il bambino frutto di un delirio della madre. Lui conosceva solo i Guaranì, piccoli, nudi e sorridenti che vivevano con la dolcezza del cuore in case di foglie e fango presto divorate dalla foresta, che dormivano su amache e non conoscevano il freddo e non temevano le piogge5.

Nel 1954 la famiglia ritorna a Buenos Aires dove, nel degradato e violento Dock Sud, vive in una condizione di grande miseria. Un anno dopo, il 16 giugno, in un tentativo di golpe, gli aerei della Aviación Naval fanno strage di civili bombardando Plaza de Mayo e inducendo successivamente il caudillo Juan Domingo Perón all’esilio. Vicende che accrescono il malessere del piccolo Alessandro, allontanato dalle sue foreste e dai suoi amici, vestito per la prima volta e messo a scuola. Troppo per il suo temperamento, troppo per il suo vissuto. Janusz ed Elena compiono una scelta difficile per dei genitori: nella speranza di offrire un futuro migliore al figlio decidono di affidarlo ad un piccolo circo uruguaiano, con cui Alessandro girerà il Sudamerica divenendo cavallerizzo. Sarà un incendio a provocare la fine della sua attività circense e indurlo al ritorno nella capitale argentina. Ancora una volta comincia un’altra vita; operaio metalmeccanico in diverse aziende, si forma politicamente con i trotskisti dell’Ejército Revolucionario del Pueblo, con il nome di copertura di Boris. Allo stesso tempo frequenta i corsi di scenografia di Saulo Benavente di cui diventerà allievo ed amico e da autodidatta incomincia a disegnare: «(…) gente che vedevo per strada: musicisti, gente che lavorava. La parte più umile della società di Buenos Aires. I bassifondi della città».
I suoi lavori alla fine degli anni ‘60 diventano manifesti di denuncia sociale, sono rappresentati gli scioperi, gli scontri tra esercito ed operai, la fame e la miseria di tanta parte della società argentina. Una attività che le dittature militari della cosiddetta “Revolución Argentina” considerano una inaccettabile provocazione. Schedato e sorvegliato dalla polizia politica Alessandro decide alla fine del ‘69 di rifugiarsi in Cile. Qui può esporre e trova un prezioso supporto in Delia del Carril, pittrice e già moglie di Pablo Neruda. Vive pochi ma intensi mesi di impegno politico e di attività artistica nel Paese che nel 1970 avrà Salvador Allende come Presidente. Nel 1971 parte per l’Europa, dapprima ad Amburgo e poi, in un tour concitato, a Londra, Parigi ed infine a Roma. Uno dei suoi primi studi è in via dei Riari 48, a Trastevere, accanto a quelli di Carlo Quattrucci e di Riccardo Tommasi Ferroni, che avrà un ruolo centrale nella sua maturazione artistica come ricorda lo stesso Alessandro:

Caro Riccardo, al mio arrivo in Europa ebbi due folgorazioni sul cammino dell’arte: il primo con il Bronzino, alla National Gallery di Londra, e successivamente nel 1973, quando ancora una volta il destino incrociò le nostre strade, in via dei Riari… E fu là, sotto il tuo intelligente e nobile sguardo che mi hai fatto crescere da artista. Giorno dopo giorno con ferrea disciplina mi hai messo tra le mani lo strumento che mi permette oggi di continuare il tuo pensiero senza allontanarmi da me stesso (…) il maestro Riccardo, il fratello più grande, (ti ricordi?) ci scambiavano per tali le gentili signore che frequentavano le nostre mostre, e noi ridacchiavamo sotto i baffi con infantile complicità, poi commuoversi davanti alla grandezza della perfezione… insegnandomi il tremendo privilegio di dovermi misurare con l’arte classica (…).

Gli studi di via dei Riari si protendono sull’orto botanico e sul Gianicolo e sono luogo di incontro di tanti protagonisti della cultura italiana e internazionale, da Carlo Levi a Guttuso, Vespignani, Attardi, Calabria, Siqueiros e poi Moravia, Pasolini, Gabriella Ferri, Amalia Rodrigues, Miriam Makeba, Vittorio Gassman, Gian Maria Volontè, Giuliano Gemma, Franco Nero, Philippe Leroy. Un ambiente effervescente in cui Alessandro matura artisticamente e coltiva stimolanti amicizie. 

Dal ‘74 al ‘79 è la casa di Alberti ad Anticoli Corrado a diventare il nuovo studio-abitazione di Alessandro che dopo qualche tempo si trasferisce a Narni e poi a Labro.

Fig. 1 Alessandro Kokocinski, Contadini (anni ‘70). Inchiostro su carta.

Negli anni ’80 e ‘90 la scoperta dell’Asia e nel 1997 il rientro a Buenos Aires per una personale al Museo Nacional de Bellas Artes accolto, tra gli altri, da Mercedes Sosa e Maria Kodama Borges per la quale illustrerà nel 2017 il suo volume “Relatos”. Dopo un soggiorno in Germania è di nuovo in Italia per riprendere l’originaria attività di scenografo nella compagnia teatrale KOSA, fondata assieme a Lina Sastri. Infine la stabilità a Tuscania, lo studio dapprima in un cinema dismesso e poi in una chiesa sconsacrata e il matrimonio con Giovanna, archeologa e donna di grande carattere con cui realizzerà la sua affascinante casa-museo.

Fig. 2 Alessandro Kokocinski, Senza titolo. Tecnica mista su cartoncino.

Itinerari, tappe, tempi, incontri di cui è difficile tracciare una precisa cronistoria a conferma della irrequietezza esistenziale di Alessandro. Lo incontrai per la prima volta la sera del 6 dicembre 2000 nella casa romana in cui viveva con Lina Sastri, sua compagna. Una sera speciale perché quel giorno la seconda Corte di Assise di Roma, al termine di un lungo iter processuale, condannò il generale argentino Carlos Guillermo Suarez Mason ed altri sei suoi colleghi per il sequestro, la tortura e l’assassinio di alcuni nostri connazionali durante gli anni della ultima dittatura. Tra le vittime Laura Carlotto, figlia di Estela, che fu rapita il 26 novembre del 1977 e assassinata dopo aver dato alla luce un figlio con cui poté trascorrere solo cinque ore. Quel giorno l’assassino della figlia era stato condannato, grazie anche all’impegno del governo italiano costituitosi parte civile, e quella sera da Walter Veltroni a Giovanni Bianchi, Arrigo Levi, Massimo D’Alema, José Goñi, Elsa Kelly … volevamo tutti stare accanto ad Estela. Alessandro molto emozionato raccontò il periodo sudamericano della sua travagliata gioventù presentando alcuni lavori dell’epoca. Per ricordare i “Desaparecidos” argentini realizzerà il “Monumento alla memoria – 1976 Abuelas Madres Hijos 1983”:

Ancora una volta il destino mi tocca… La Plata la città universitaria che fu il luogo d’incontro con un grande uomo e inestimabile maestro, Saulo Benavente, accoglierà il mio monumento e con questo ho potuto manifestare la mia gratitudine alla città che ha forgiato la mia vocazione d’artista.

Fu così che tra noi nacque un rapporto fraterno basato sul comune impegno politico in difesa di democrazia e diritti umani. Il mio apprezzamento per la sua arte si può qualificare come sterminato ma benevolmente Alessandro ebbe espressioni di grande affetto anche nei confronti della mia più limitata attività artistica. Sono frasi che scrisse nel catalogo di una mia personale nel 2009 a Roma, frasi che custodisco gelosamente poiché ritrovo totalmente le ragioni della nostra amicizia.

Protagonista della sua pittura è il colore, ora materico ora steso, pittura gestuale e “graffiata” che diviene energia vitale; attento a cogliere e trasformare gli stati d’animo in vibrazioni poetiche per mutarle, passo dopo passo, in luce e tenebre, orizzonti e profondità, convertendo la tela in un territorio magico, nella quale prendono forma di visioni i misteriosi labirinti del suo spirito creativo.

Volver… ritornare e… mi viene alle labbra questo tango argentino, perché anche questa terra ci accomuna ed ha incrociato e unito i nostri destini così nella vita come nell’arte, perché l’arte ci aiuta a vivere… forse coscienti che la libertà sta nel sognare.
Volver…tornare a dipingere.

Fig. 3 Alessandro Kokocinski, Senza titolo. Tecnica mista su carta.

Da allora molti miei viaggi verso il suo studio a Tuscania, dove a volte mi mettevo a modellare sul suo tavolo da lavoro e, dopo, la irrinunciabile sosta nella casa-museo ad ammirare opere e a discutere di progetti assieme a Giovanna; oppure i suoi viaggi verso casa mia e d’estate al mare in Salento con lui a nuotare incoscientemente e per un interminabile tempo in “acque libere”.

Nel 2007 in occasione del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi pensai immediatamente ad Alessandro per realizzare una mostra celebrativa a Buenos Aires:

Mi è venuto in mente per due ragioni, sia perché il messaggio originale delle sue opere è in grado di raccontare in forma forti e curiose una figura appassionante e appassionata come quella di Garibaldi, sia perché la vita di Kokocinski e quella dell’eroe dei due mondi hanno alcuni tratti comuni6.

E anche Philippe Daverio, nello stesso catalogo, conviene:

Sicché il mito si stacca dalla banalità contorta della cronistoria per entrare nell’olimpo. E lì viene raccolto per secoli da chi ha la sensibilità per coglierlo e rianimarlo. Ecco l’operazione di Alessandro Kokocinski. Chi meglio di lui, transatlantico e rivoluzionario era adatto all’opera? Lui, che tra l’altro ha una inclinazione naturale a procedere ben oltre le retoriche in un espressionismo a dimensione ampia. Lui che dialoga senza pudore con le aree vaste dei teleri ai quali con vigorosa naturalezza si addice il gesto grande. Lui che sente il phatos come naturale linguaggio e che riesce a dare al colore il senso introspettivo della storia. L’ho visto a Tuscania mentre restituiva una sua sensazione della gloria garibaldina, affascinato dalla figura epica di Giuseppe e da quella tragica di Anita, coinvolto nell’avventura dell’individualista che diventa motore delle epoche, preso dal viaggio e dalla scommessa posta al limite dell’esistere. Ho visto un russo-argentino-italiano, circense e pittore, scoprire il rito e ridare vita al mito.

Alessandro è stato un artista solitario, controcorrente e fedele ai suoi principi, mai disposto alla mediazione sia che si trattasse di arte che di èthos e soprattutto mai asservito al mercato. Questa coerenza ha avuto molti prestigiosi riconoscimenti, e mi piace riportarne alcuni, a cominciare da Carlo Ludovico Ragghianti:

Kokocinski d’istinto, pure essendone a conoscenza, ha scartato senza esitazione l’acultura di molti movimenti ed artisti contemporanei che hanno preferito e preferiscono contenuti di fisiologia e di psicologia, cioè di sensazione e di esperienza ottica. (…) Kokocinski è un combattente moderno che si è nutrito di idee e passioni, non ha sentito di fronte a sé solo la natura, ma anche la storia, sa e vuole essere figlio di un passato che si deve redimere e superare, ma non si può negare o amputare perché è trama e ordito della nostra coscienza di viventi e presenti7.

Fig. 4 Alessandro Kokocinski, Yo quiero a la Argentina, y Ud? (1977). Olio su tela.

Claudio Strinati:

È sorprendente che in questa Italia, da sempre divisa tra bianchi e neri o rossi e azzurri, si sia trovata una inaspettata convergenza nel campo dell’arte: mettere fuori gioco tutti quegli artisti che non accettano di condurre la propria ricerca per conto terzi e che soprattutto non amano operare secondo regole troppo diffuse8.

E ancora Sabrina Spinazzè: 

(…) una pittura di appassionata connotazione etica e politica che ha i suoi referenti privilegiati nel drammatico luminismo secentesco (Rembrandt, Caravaggio, Ribera), nella grande tradizione spagnola (Goya e Velázquez) e nelle allucinate visioni di Francis Bacon9.

I riferimenti a questi grandi maestri sono una costante nella analisi critica della sua produzione artistica:

C’è in Kokocinski una ispirazione goyesca che viene filtrata attraverso il sedimento di innumerevoli avventure figurative del Seicento italiano e spagnolo, che arrivano però distorte da una specie di eterno spirito alla Bacon che aggredisce la forma e la rende urlante e impetuosa10.

Anche più di Pirandello, Vespignani appare una fonte plausibile, meglio di comportamento morale che di struttura dell’immagine. E Goya signoreggia su ogni altro probabile acquisto culturale, con evidenza maggiore nei personaggi in costume, spagnoleschi, altezzosi, cattivi e stupidi nella prosopopea con cui si mettono in posa davanti a noi; e Bacon con le sue famose e fortunate letture critiche dell’Innocenzo X del Velasquez (…)11.

L’aggravarsi di una irreversibile malattia agli occhi spinge Alessandro sempre più alla scultura; plasmare la “terra” e cuocerla nel grande forno posto in un angolo dello studio oppure modellare la cartapesta, tutto lo riporta ad una manualità che deve ricordargli i tempi della sua infanzia quando lavorava:

(…) nelle grandi fornaci di mattoni, dove per amalgamare l’argilla si raccoglieva sterco di mucca, migliore di quello di cavallo. All’interno di una fossa, una sorta di grande maneggio, erano gettati acqua, argilla, paglia e sterco di mucca, poi in groppa ai cavalli, io e altri bambini con il fango sino alle orecchie, si girava in tondo (…)12.

Come nei disegni e nelle tele anche nelle sue opere scultoree, grandi pannelli con una sedimentazione di metalli, resine, pigmenti, ossidi, Alessandro continua, senza mediazioni, nella narrazione tragica e grottesca del mondo che si è trovato ad attraversare e che ha abbandonato troppo presto:

Come artista, come uomo, ho l’ossessivo bisogno di essere testimone della mia epoca tragica, di fronte all’insensatezza che oscura la mente umana per votarla al materialismo dell’anima e del corpo13.

Fig. 5 Alessandro Kokocinski, Guarda come ci parlano del Paradiso (1983). Olio su tela.
Fig. 6 Alessandro Kokocinski, Venduto per un canto (1997). Olio su tela.
Fig. 7 Alessandro Kokocinski, Quando la carne muore, l’anima resta all’oscuro (2001). Olio su tela.
Fig. 8 Alessandro Kokocinski, Verso il cielo di Venere (2002). Olio su tela.
Fig. 9 Alessandro Kokocinski, Imprimesti il segno dell’eternità (2006).
Tecnica mista: vetroresina, piombo, rame su tavola.
Fig. 10 Alessandro Kokocinski, Senza titolo (2007). Olio su tela.
Fig. 11 Alessandro Kokocinski, Il cielo respira fra vita e sogno (2013).
Olio su tela.
Fig. 12 Alessandro Kokocinski, 
Pensando a Grock2 (2015).
Fig. 13 L’artista Alessandro Kokocinski, nel suo studio di Tuscania, in una fotografia del 2012
(© L’Albatros, 14 dicembre 2017).

  1. Pittore e scultore. Avvocato cassazionista, specializzato in Diritto internazionale. Già senatore della Repubblica Italiana e viceministro degli Affari Esteri (Roma). ↩︎
  2. Appunti autobiografici, in C. Strinati (a cura di), Kokocinski. L’ombra delle idee, catalogo della mostra, Museo nazionale di Castel Sant’Angelo (marzo 2005), Roma 2005. ↩︎
  3. Ivi ↩︎
  4. Ivi ↩︎
  5. T. Gazzini, Kokocinski. Vita straordinaria di un artista, Edizioni Clichy, Firenze 2017. ↩︎
  6. In P. Daverio – E. Zorn, Kokocinski. Garibaldi e Anita fra mito e realtà, catalogo della mostra, Museo della Casa della Cultura, Edizioni Bora, Buenos Aires 2007. ↩︎
  7. Alejandro Kokocinski, La Gradiva, Roma 1983. ↩︎
  8. Kokocinski. L’ombra delle idee, catalogo della mostra, cit. ↩︎
  9. Il Male. Esercizi di pittura crudele, catalogo della mostra di Torino, Palazzina di caccia di Stupinigi (26 febbraio-26 giugno 2005), Torino 2005. ↩︎
  10. C. Strinati, Kokocinski. La potenza dello spirito, Catalogo della mostra, Museo nazionale del Palazzo di Venezia, Roma 2008. ↩︎
  11. F. Bellonzi, Kokocinski, Carte segrete, Roma 1979. ↩︎
  12. Alessandro Kokocinski. “Perché Napoli”, in La Vita e la Maschera: da Pulcinella al Clown, Catalogo della Mostra, Napoli 2017. ↩︎
  13. Alejandro es la vida, sceneggiatura, 2007. ↩︎

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