Francesco Danieli: L’ARTE DI FARE PACE – Il sogno di ricucire il mondo con i fili colorati della Bellezza

di Francesco Danieli1

La nostra è un’epoca che credevamo al riparo dai fantasmi del passato. Sfogliamo calendari che segnano, a cadenza quotidiana, giornate mondiali nate per sensibilizzarci ad essere migliori in qualcosa di anno in anno. Siamo i campioni degli slogan e dei “mai più!”, eppure ci riscopriamo fragili e impotenti, sotto il peso di una guerra anacronistica e a grappoli che attanaglia i popoli da decenni. Un’unica guerra globale – la «terza guerra mondiale a pezzi»2 – che di moderno ha le tecnologie, ma che incarna i peggiori istinti ancestrali dell’uomo di sempre. L’essere più intelligente del pianeta, che però è portatore sano di una brutalità latente, pronta a riemergere ad ogni bivio della storia. Fin dai primordi. Ogni conflitto è un rumore di fondo che stride con la nostra pretesa modernità. È la pagina non letta a scuola o data per scontata. Quella che si ripropone imperterrita davanti ai nostri occhi e che ci fa ritrovare spettatori attoniti di scenari che pensavamo confinati nei libri di storia. L’assurdità della guerra contemporanea non sta solo nella sua violenza distruttiva, apparentemente millimetrica, ma che poi condanna a morte vittime innocenti, mentre gli strateghi vivono al sicuro nelle stanze dei bottoni. Sta nella sua capacità di disumanizzarci in tempo reale, nell’atrofizzarci coscienza e sensibilità a botta di streaming, tra una notifica e l’altra. Così le sofisticate macchine da guerra di oggi, mosse dagli algoritmi e controllate a distanza, sembrano paradossalmente più fredde e ciniche di quelle del passato, evidenziando uno scollamento totale tra azione distruttiva e responsabilità umana. Portando perfino noi a metabolizzare facendo spallucce ogni atrocità, neanche si trattasse di un videogame.

Sarà per questo che l’umanità sembra essersi svincolata perfino da quelle paure millenariste che, fin dal Medioevo, l’hanno vista scrutare l’orizzonte in attesa di un’apocalisse imminente. Epoche in cui, mentre il ferro e la polvere sembravano dominare la scena, l’Arte reclamava il suo ruolo di bussola etica. Allora come oggi, l’Arte non è un semplice ornamento, ma un atto di resistenza pacifica. Ha il potere di disarmare lo sguardo, trasformando il terrore in contemplazione, la distanza in prossimità, la diffidenza in empatia. Se la guerra è la babele che divide, l’Arte è il linguaggio che ricuce. Perciò tornare a guardare la bellezza non è un atto di fuga, ma l’unico modo per ricordarci che la vera vittoria risiede nella capacità di restare umani. In questo scenario, dovrebbe essere riscoperta la forza rivoluzionaria del bacio. Esso è la negazione del conflitto, è il ponte che unisce due solitudini e disinnesca, nel micro-cosmo dei rapporti personali come nel macro-cosmo della politica, la logica del nemico.

Nell’Arte, il bacio ha sempre rappresentato la sospensione del tempo e del conflitto. Basti pensare alla potenza romantica e risorgimentale impressa da Hayez (1859). A Klimt (1907-1908), che pone i due amanti in ginocchio su di un rettangolo d’erba (identificato dai critici nell’hortus conclusus, caro all’iconologia medievale); il “giardino recintato” e inaccessibile dell’altrui “Io”, verso il quale chi ama deve saper portare rispetto. O al bacio fotografato da Doisneau all’Hotel de Ville (1950), colto come rivendicazione di felicità, in una Parigi che cercava di dimenticare la guerra. Il bacio è l’antitesi della trincea: è contatto, riconoscimento dell’altro, stop ad ogni riserva. Punto di arrivo di una conciliazione. Arte di mettere le labbra – e quindi Parola, Respiro e Vita – là dove c’era distanza. È compartecipazione all’atto creativo del biblico demiurgo, capace di dar vita alla terra soffiando un po’di sé nell’altro.

Per tutto questo si è scelto Il bacio di Pamela Blago, nostra vicedirettrice, come immagine della copertina (per la cui impostazione grafica ringraziamo ancora una volta la cara Anna Luperto). Il bacio della Blago è un’opera importante, protagonista di eventi artistici di rilievo tra la fine del 2024 e il 2025, che funge da comune denominatore visivo ai singoli saggi che compongono questo numero strabiliante, il cui leitmotiv è costituito dalla possibilità di affrontare le brutture dell’esistere grazie all’antidoto della Bellezza.
Il percorso parte con Paolo Vincenti, che propone un saggio sul millenarismo e le paure legate ad ogni passaggio fondamentale della storia umana. Gli fa seguito una riflessione a firma di Pamela Blago sulla figura semisconosciuta di Lilith – prima vera donna genesiaca – la cui demonizzazione incarna la paura ancestrale verso l’universo femminile e l’emancipazione muliebre. Massimo Recalcati, celebre psicoanalista e saggista, dona alla nostra «Krínomai» un suo prezioso contributo sull’irrealizzabilità della felicità piena, tirando in ballo filosofia, teologia e psicoanalisi. Corinna Landi – archeologa della Comunità Valdese di Roma – rinviene la via per la gioia evangelica, già ora e già qui, nel profondo messaggio di speranza racchiuso nelle vetrate istoriate che arricchiscono il Tempio Valdese di Piazza Cavour a Roma.
Lo scrivente propone un testo sull’esperienza estetica di San Filippo Neri, uomo pacificato con se stesso e con il mondo, che seppe – con la sua umanità piena – fare largo alla rivoluzione caravaggesca che caratterizzerà i decenni successivi alla sua morte. Lo storico dell’Arte Paolo Marzano evidenzia invece quell’inquietudine cinquecentesca dalla quale – in pittura, architettura, poesia, letteratura, filosofia e teatro – scaturirà il manierismo. Il giornalista e scrittore Cesare Orlando, tra storia e musica, ripercorre con noi le vicende salienti riguardanti l’Irlanda, una delle terre più inquiete di sempre. La grande artista ravennate Patrizia Dalla Valle individua invece nella Croce, da lei realizzata in mosaico come antico lacerto cascato giù da una basilica in rovina, quel filo rosso che lega l’umanità e il trascorrere della storia e del tempo, al di là di qualsiasi credo. Vincenzo Sardelli, col suo consueto brio, presenta l’esperienza cinquantennale del Teatro milanese del Buratto, cogliendone la vocazione a prendersi cura delle «urgenze del presente».

La colonna di «Krínomai», il prof. Francesco Lenoci, ci suggerisce il concetto innovativo di turismo benevolo, per il quale chi accoglie e chi è accolto fa del bene alla comunità. Tra le sette recensioni che impreziosiscono il volume (ad artisti, pubblicazioni e imprese virtuose), spicca quella della mitica Carla Vistarini. In un tempo di commiserazioni e operazioni strappalacrime, la nota paroliera e scrittrice romana tesse le lodi di Checco Zalone. Giacché anche il sorriso è cura, «contro il logorio della vita moderna». Le toccanti poesie dell’italo-venezuelana Hebe Munoz, del salentino Francesco Rizzo e del fiorentino Rocco Marra celebrano liricamente la potenza di quel bacio che ha accompagnato in filigrana l’intero percorso di questo numero. Conclude questa edizione, come di consueto, la rubrica KrinoKids. Curata dalla vice Blago, la pillola d’Arte per i più piccini fa zoom stavolta sull’arte preistorica. Tornando indietro fin là dove l’uomo primitivo – per la prima volta – fu capace di tramutare le sue paure ed emozioni in immagini.
Certo di introdurvi in una vera stanza delle meraviglie, a voi tutti auguro una lettura serena e arricchente.

Fig. 1    Pamela Blago, Il bacio (2024). Acquerello su cartone telato, 25×35 cm. Particolare.
  1. Storico, iconologo e critico d’Arte. Direttore di «Krínomai». ↩︎
  2. Espressione coniata da Papa Francesco il 18 agosto 2014 e condivisa con i giornalisti accreditati, durante il volo di ritorno dal viaggio apostolico in Corea del Sud. ↩︎

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