Paolo Vincenti: MILLE E NON PIU’ DI MILLE – Il millenarismo nel Medioevo

di Paolo Vincenti1

Col termine millenarismo si intendono genericamente quelle paure ancestrali che attanagliano l’umanità in corrispondenza di qualche preannunciato evento naturale catastrofico, di qualche data significativa o simbolica, come per esempio il passaggio da un secolo all’altro o da un millennio all’altro. È ciò che successe all’umanità intorno all’anno Mille dopo Cristo e quello che accadde ancora intorno al Duemila. Quando si avvicina la fine di un evo, è facile che l’umanità venga condizionata da certi timori e risulti più sensibile ad oscure profezie. Ma andiamo ancora più indietro nel tempo. Già a partire dal III secolo d.C. e fino al X, la paura della fine del mondo si impossessò dell’umanità travagliata da ogni tipo di problema – politico, economico, religioso – in quei secoli, definiti “bui”, dell’Alto Medioevo. Ciò è più vero per i cristiani. Essi facevano riferimento all’Apocalisse di Giovanni. Nel capitolo dedicato al sesto sigillo, l’evangelista dice:

E vidi, quando l’Agnello aprì il sesto sigillo, e vi fu un gran terremoto. Il sole si fece nero come un sacco di crine, e la luna si fece tutta sangue, e le stelle caddero dal cielo sopra la terra, come un albero di fichi, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i frutti non ancora maturi. Il cielo si ritirò come un rotolo che si avvolge e ogni monte e le isole si mossero dai loro luoghi. E i re della terra e i principi, i comandanti, i ricchi e i potenti e ogni uomo, schiavo o libero, si nascosero nelle spelonche e nelle rupi dei monti; e dicevano ai morti e alle rupi: “cadete sopra noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sopra il trono e dall’ira dell’Agnello, poiché è venuto il grande giorno dell’ira, e chi può resistervi?”2.

Per i pagani, vi erano le profezie della Sibilla Cumana, a cui si richiamò Tommaso da Celano nel XIII secolo nel suo Dies irae: 

Dies iræ, dies illa

solvet sæclum in favilla:

teste David cum Sybilla.

Quantus tremor est futurus, 

quando judex est venturus, 

cuncta stricte discussurus.

(Il giorno dell’ira, quel giorno che / dissolverà il mondo terreno in cenere / come annunciato da Davide e dalla Sibilla. / Quanto terrore verrà /quando il giudice giungerà / a giudicare severamente ogni cosa).

Tommaso da Celano non fu l’artefice primo di questo “terribile” poemetto ma raccolse materiali già esistenti, dando ad essi una stupenda veste letteraria. Egli fuse insieme le profezie bibliche del re Davide con quelle pagane della Sibilla, raccolte dagli Oracoli Sibillini, che conservavano le varie profezie della Sibilla Cumana, della Pizia Delfica, della Sibilla Eritrea e alle quali avevano guardato con reverenza non solo i politeisti ma anche i Padri della Chiesa3. Questa poesia offre delle immagini di straordinaria bellezza, fra le più suggestive di tutta la produzione medievale. Alla fantasia turbata dei fedeli veniva presentata la maestosa scena del Giudizio Universale, scolpita nei versi del componimento in tardo latino, in cui si sentiva risuonare la tromba del giudizio, si vedevano i morti risorgere e tutta la natura partecipare all’evento. La tromba diffonde un orribile e misterioso suono che si sparge ovunque, per ogni cimitero e sepolcreto del mondo: “Teste David cum Sibylla”4.

Ogni passaggio importante, così come ogni svolta epocale della storia, porta con sé psicosi difficili da vincere. L’umanità, nel Medioevo, si fece condizionare dalla suggestione che il dies irae fosse vicino e ad ogni nuova invasione barbarica, ad ogni epidemia, guerra o sconvolgimento politico, si faceva concreta la psicosi dell’Anticristo.

La tromba diffondendo un suono mirabile / tra i sepolcri del mondo / spingerà tutti davanti al trono. / La Morte e la Natura si stupiranno / quando risorgerà ogni creatura / per rispondere al giudice. 

Dinanzi al miracolo della resurrezione, la morte stessa si stupisce e contempla quanto avviene. 

Sarà presentato il libro scritto / nel quale è contenuto tutto, / dal quale si giudicherà il mondo. / E dunque quando il giudice si siederà, / ogni cosa nascosta sarà svelata, / niente rimarrà invendicato. / Che dirò allora, misero? / quale patrono invocherò, / quando appena il giusto si sentirà sicuro? / O Re dalla maestà tremenda, / che persino gli eletti salvi / solo per la Tua Grazia, / salvami, fonte di pietà/5.

Tutta l’umanità, cioè, si salverà per Grazia, non per propri meriti, secondo il componimento. È il concetto fondamentale su cui insiste San Paolo nelle sue Lettere e sul quale si basa anche la speculazione teologica di Sant’Agostino.

Il millenarismo in realtà si impiantò su una radice giudaica e poi su quella cristiana. Nella cultura giudaica, il testo di riferimento riguardo il tema era l’Apocalisse delle Settimane, che si trova nella quinta sezione del Libro di Enoch, intitolata Lettera di Enoch (cc. 91-104)6. Nella cultura cristiana invece si faceva riferimento alla già citata Apocalisse di Giovanni, nel capitolo 20:

Poi vidi scendere dal cielo un angelo che aveva la chiave dell’Abisso e una grande catena in mano. Egli afferrò il drago, il serpente antico, che è il diavolo e Satana, e lo incatenò per mille anni. Lo gettò nell’abisso, chiuse e sigillò l’ingresso sopra di lui, affinché non seducesse più le nazioni, finché non fossero compiuti i mille anni, dopodiché, dovrà essere lasciato libero per un po’. E vidi alcuni troni; e a coloro che sedevano là fu dato potere di giudicare, e le anime di coloro che erano stati decapitati per la testimonianza di Gesù e per la parola di Dio, e coloro che non avevano adorato la bestia o la sua immagine, e non avevano ricevuto il marchio sulla loro fronte e sulla loro mano. Essi nacquero di nuovo e regnarono con Cristo per mille anni. Il resto dei morti non tornò in vita finché i mille anni furono compiuti. Questa è la prima resurrezione. Beati e santi coloro che partecipano alla prima risurrezione! La seconda morte non ha potere su di loro; ma saranno sacerdoti di Dio e di Cristo, e regneranno con lui mille anni. Quando i mille anni saranno compiuti, Satana sarà liberato dalla sua prigione e uscirà per sedurre le nazioni che sono ai quattro angoli della terra, Gog e Magog, affinché possano radunarsi per la guerra; il loro numero è come la sabbia del mare7.

L’Apocalisse esercitò una straordinaria suggestione anche grazie alle opere d’arte che la accompagnarono, in particolare ai Commentari dell’Apocalisse, opera del monaco spagnolo Beato di Liébana, dell’VIII secolo. Questi manoscritti, noti come Beatos proprio dal nome del monaco, sono preziosissime opere miniate risalenti al IX secolo, create nel monastero di San Martín de Turieno, situato nella regione di Liébana, in Cantabria, Spagna.  In generale, su tutte le raffigurazioni del libro di Giovanni, campeggiava la “La bestia che sorge dall’abisso”, come, per esempio, la miniatura dal Beato di Girona, realizzata nel 975 nel monastero di Tabara, Cattedrale di S. Maria di Girona in Spagna8. 

Secondo questa corrente di pensiero, propria del Cristianesimo primitivo, ci sarebbe una prima risurrezione, solo dei giusti, dei santi e dei beati, in anticipo sulla seconda resurrezione che è quella definitiva e universale. Nella seconda resurrezione ci sarebbe il giudizio universale con l’assegnazione delle pene e delle gioie eterne. Il tempo assegnato ad ogni passaggio, appunto mille anni. Il quadro proposto da Giovanni delinea la battaglia escatologica fra Cristo e Satana e la sconfitta del male attraverso la morte e resurrezione di Gesù e la sua vittoria.

I Giudei facevano riferimento, oltre al già citato Libro di Enoch, ai Salmi di Salomone, al Libro di Daniele e agli apocrifi Apocalisse di Baruch e Libro dei Giubilei. La concezione escatologia ebraica si poteva ridurre a due sistemi fondamentali. Nel primo, la venuta di Cristo coincide con la fine del mondo: al suo avvento i malvagi si uniscono contro di lui; Egli li vince, si compie il giudizio, i malvagi sono puniti, i buoni trionfano eternamente con il Messia. Nel secondo, il regno del Messia termina prima della fine del mondo. Dopo aver vinto i suoi nemici, governa per un certo periodo il popolo dei giusti, poi l’universo si trasforma, i morti risorgono e vengono giudicati, ognuno riceve la sua ricompensa o il suo dolore ed inizia l’eternità.

Fig. 1   Albrecht Dürer, I Cavalieri dell’Apocalisse (1497-1498 ca.). Xilografia.

Gli altri testi di riferimento dei Cristiani invece erano alcuni versi dei Salmi e la seconda lettera di Pietro: 

Una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo9; 

inoltre la Lettera di Barnaba (cap. 15), i Commentari alle parole del Signore, opera perduta di Papia di Hierapolis (II sec. d.C., celebrato come santo dalla chiesa cattolica ma del quale non è certa nemmeno l’esistenza) – che sarebbe stato allievo dell’Apostolo Giovanni, di cui riferiscono Eusebio nella sua Storia Ecclesiastica10 e Ireneo nel suo Adversus Hæreses11 – e ancora lo scritto Contro le eresie di Ireneo, ai libri IV e V.

Ireneo (135-203), Giustino (100-167) e Tertulliano (160-220) sono considerati millenaristi e credevano nella resurrezione della carne. Sant’Agostino respinse la credenza millenaria perché vedeva in essa prospettive di futuro troppo carnali o materiali e non abbastanza spirituali. Propose quindi una lettura simbolica dell’Apocalisse e insegnò che la nascita di Cristo faceva iniziare i mille anni del suo regno terreno.

Anche Lattanzio (250-325 ca.) nella sua opera maggiore, Divinae Institutiones, parlava della fine del mondo attingendo alla vasta letteratura apocalittica e annunziando la prossima fine e la seconda venuta di Cristo sulla terra, quando il Messia avrebbe regnato per mille anni e dopo ci sarebbe stata la resurrezione generale ed il giudizio finale: 

Saranno sradicate dal profondo le città e moriranno non solo di ferro e di fuoco, ma anche per i continui terremoti e le alluvioni e le malattie frequenti e la grande fame […] Cadranno anche i monti e saranno spianati, il mare risulterà innavigabile, e perché niente manchi ai mali degli uomini e della terra, si udrà dal cielo una tromba, come fu annunciato dalla Sibilla12. 

L’Apocalisse di Giovanni parla di sette trombe suonate dagli angeli. Nell’ottavo capitolo dice:

Il secondo angelo suonò la tromba: qualcosa come una grande montagna, tutta infuocata, fu scagliato nel mare. Un terzo del mare divenne sangue, un terzo delle creature che vivono nel mare morì e un terzo delle navi andò distrutto13

e sembra di vedere il secondo angelo suonante la tromba (f. 93v) delle miniature al Commentario del Beato di Liébana, risalenti al X secolo realizzate nello scriptorium del monastero di San Millan de la Cogolla e oggi custodite nella Biblioteca del Monastero dell’Escorial. 

Commodiano, autore vissuto fra il III e il IV secolo, nel Carmen Apologeticum, calcava la mano, scrivendo: 

Rugge allora, nel giorno del giudizio universale, la catastrofe apportatrice di morte; ne trema scossa la terra e l’intera stirpe umana non vede dove possa rifugiarsi. Cadono le stelle dal cielo, gli astri sono giudicati con noi; pure gli abitanti del cielo sono sconvolti, mentre si attua la rovina del mondo. Solo per quelli che saranno stati contrassegnati col nome di Cristo, ci sarà salvezza: per essi scenderà dal cielo la rugiada, per tutti gli altri la pena mortale14. 

San Cipriano, nel 250 d.C., voleva offrire la prova scientifica che le profezie, sia cristiane che pagane, fossero prossime ad avverarsi: «il giorno del giudizio si avvicina». Egli affermava che la secolare lotta fra Dio e il Diavolo fosse giunta all’esplosione finale e che bisognava aspettarsi le trombe del Giudizio. Il mondo era ormai invecchiato, secondo Cipriano, e non restava che attendere la fine. In una lettera a Demetriano, egli scrive: 

Quanto alla frequenza maggiore delle guerre, all’aggravarsi delle preoccupazioni per il sopravvenire di carestie e sterilità, all’infierire di malattie che rovinano la salute, alla devastazione che la peste opera in mezzo agli uomini, anche ciò, sappilo, fu predetto: che negli ultimi tempi i mali si moltiplicano e le avversità assumono vari aspetti, e per l’avvicinarsi del dì del giudizio, la condanna di Dio sdegnato si muove a rovina degli uomini15. 

Le parole di Cipriano, secondo Santo Mazzarino,

uniscono l’osservazione pessimistica e l’apocalittica certezza. La prima applica categorie che si collegano, più o meno, al quadro della tradizione antica; la seconda, che trasforma la fine dello Stato nella fine del Tempo, ha un contenuto di tragicità cristiana, si protende verso il futuro, bruciando il passato dietro di sé16.

Fra le varie eresie che nei primi secoli del Cristianesimo minarono a fondo l’unità della Chiesa cattolica, particolarmente fiorente era il Montanismo, così chiamato dal prete Montano. Costituivano una comunità di salvati che attendeva l’imminente ritorno di Cristo nella pianura della Frigia, seguendo un programma di rigorosa ascesi e castità. Il Montanismo ebbe una notevole influenza sulla chiesa africana, in particolare su Tertulliano e su Ireneo. Dispensava il battesimo solo ai più degni ed escludeva chi fosse caduto in grave peccato. Trionfava sempre la suggestione del millenarismo; per cui, dopo la fatale distruzione, il mondo si sarebbe rigenerato e questo avrebbe portato alla seconda venuta di Cristo sulla terra, la parusia17. Nella visione escatologica cristiana, dopo questa parusia, si sarebbe inaugurato il Regno di Dio sulla terra, la Gerusalemme celeste di cui parlava Giovanni e ripresa da Sant’Agostino nella sua fondamentale opera De Civitate Dei18. 

Nel 410, i Goti guidati da Alarico penetrarono in Italia e il 24 agosto di quell’anno misero a sacco Roma per tre giorni. Il saccheggio della città eterna suscitò un’enorme impressione nei contemporanei e soprattutto nella cristianità, perché questo evento fu visto come un segno dei tempi ed il disastro fu avvertito dalla sensibilità popolare come premonitore della fine. San Gerolamo dal suo ritiro di Gerusalemme scrisse che «in una sola città è perito tutto il mondo19». Nelle sue lettere si legge un amaro pessimismo, proprio di chi si vedeva crollare in un momento tutte le certezze20, mentre Sant’Agostino nel De civitate Dei rinnovava la sua fede nella civiltà romana21. Le paure generate dallo spettro della fine del mondo si rinnovarono con l’invasione dei Vandali e con il sacco di Roma del 455, che fu anche più devastante di quello del 410. I Vandali infatti non ebbero cura, come avevano fatto i Visigoti, di rispettare le chiese e i luoghi di culto e perpetrarono orrenda strage per quattordici giorni22. 

Nel X secolo Adsone, abate di Montier-en-Der, pubblica l’opera Libellus de Antichristo, dedicata a Gerberga, regina di Francia, figlia dell’Imperatore Ottone I; opera che trae spunto dai testi della Sibylla Tiburtina e dallo Pseudo Methodius, in cui si parlava della fine del mondo e della lotta definitiva fra il Male e il Bene con la venuta dell’Anticristo e dell’Imperatore dei Tempi Ultimi23. Nel 1161, Gerhoh di Reichensburg componeva il De investigatione Antichristi e nello stesso periodo il monaco anonimo cistercense di Tegernsee in Baviera componeva il Ludus de adventu Antichristi, un dramma di carattere non liturgico in cui la scena si impernia su due poli: Roma, dove era la sedia imperiale, e Gerusalemme, dove era l’altare. 

La vicenda si svolge a Gerusalemme, dinanzi a quel che i Cristiani chiamano Templum Domini (cioè la Moschea di Omar). I personaggi sono in parte allegorici – la Paganità, la Chiesa, la Sinagoga, la Misericordia, la Giustizia, l’Ipocrisia, l’Eresia – in parte “storici”, anche se trattati a livello di simboli: il Papa, l’Imperatore, il Re di Babilonia (vale a dire, nell’immaginario occidentale, il capo dei musulmani), il Re dei Greci, il Re dei Franchi, il Re di Gerusalemme. L’Imperatore chiede che tutti i re gli si sottomettano; dopo il rifiuto del Re dei Franchi, che è costretto però con la forza a deporre la sua superbia, il Re dei Greci e quello di Gerusalemme accettano di buon grado la sovranità dell’Imperatore, che salva a questo punto Gerusalemme dall’attacco del re di Babilonia ed entra quindi nel Tempio per deporvi scettro e corona. Quando ne esce egli è solo Re dei Tedeschi. Giunge allora l’Anticristo, con il suo corteggio di ipocriti e di eretici. Egli viene rivestito delle insegne regali e si insedia nel Tempio, da dove viene espulsa la Chiesa; seduce quindi tutti i Re della Terra, ma, significativamente, adottando differenti metodi: le minacce per il Re dei Greci, i doni per il Re dei Franchi, i miracoli per il Re dei Tedeschi. Il Re di Babilonia rinnega i suoi idoli per adorarlo. La Sinagoga riconosce in lui il Messia. Ma l’arrivo e il martirio dei profeti Elia e Enoch segna l’avvio della scena finale: l’Anticristo viene rovesciato dalla Parola di Dio24.

L’Imperatore del Ludus de Antichristo simboleggia Federico I Barbarossa, del quale il monaco autore doveva essere un fervido sostenitore.

Come detto, l’arte pittorica, che nei secoli medievali era considerata la Bibbia dei poveri e degli illetterati, contribuiva molto ad alimentare il millenarismo e le paure apocalittiche. Una delle opere medievali più terrificanti è quella di “Satana che divora i dannati, che sono tormentati dai demoni”, rappresentazione del Giudizio Universale nel mosaico della cupola del Battistero di San Giovanni, a Firenze, del 1260-1275 circa (diverse le datazioni), opera di vari artisti della scuola di Jacopo di Meliore e di Coppo di Marcovaldo.

Nel Millecento, Ottone di Frisinga nella sua Chronica sive Historia de duabus civitatibus (Cronaca o Storia delle due città), opera scritta nel 1143-1145, aveva vaticinato l’ultima era dell’umanità e l’arrivo dell’Anticristo, che avrebbe comportato la fine del mondo. 

Nel 1086 in Inghilterra, per ordine di Guglielmo il Conquistatore, si fece un grande censimento, un vero e proprio catasto del regno, per consentire all’amministrazione fiscale di avere un quadro chiaro delle rendite fondiarie da tassare. A questo fu dato il nome di Domesday book, ossia “il libro del Giorno del Giudizio” che rende l’idea di quanto le suggestioni millenaristiche fossero radicate anche nella mentalità dei governanti inglesi e dei loro sceriffi, che dovevano riscuotere le imposte e reclutare i soldati dai vari villaggi delle contee. 

Oltre alle ragioni di fede, che spingevano a liberare la Terra Santa dagli infedeli, nella Prima Crociata bandita dal Papa Urbano II nel 1095 varie erano le motivazioni che incoraggiarono nobili e straccioni di tutta Europa a mettersi in viaggio per l’Oltremare. Certamente un’ondata di entusiasmo diffuso, la prospettiva di lauti guadagni in quelle terre, l’intraprendenza e la sete d’avventura dei cavalieri, ma anche la ferma consapevolezza del prossimo ritorno di Cristo ed il conseguente smarrimento per la fine del mondo, così avvertibile nella narrazione di Rodolfo il Glabro25. 

E come scriveva il monaco nell’XI secolo, in una orripilante descrizione della carestia che aveva colpito in quel tempo la Borgogna, 

fra male erbe e sterile zizzania che ricoprono i campi e viandanti che vengono assaliti e poi tagliati a pezzi, cotti col fuoco e divorati, persone che vagano per sfuggire alla carestia, trovano ospitalità lungo la strada e poi vengono sgozzate durante la notte e servono da nutrimento a coloro che le hanno accolte […], 

aumentava la suggestione popolare, quando quello parlava di chiese che erano spogliate dei loro ornamenti, abitazioni depredate, invasione di cavallette, piaghe e pestiferi bubboni, singhiozzi, afflizione, gemiti disperati26. Il flagello veniva dal monaco Rodolfo attribuito alle colpe degli uomini che persistevano nel peccato27. «Irregolarità cosmiche», un avvertito «sovvertimento dei valori, sventure collettive, sofferenze fisiche, immoralità della Chiesa, perversioni dottrinali, distruzione del tempio di Gerusalemme sono il male, anzi la conseguenza del male28». Insomma, «ogni volta in cui – chiarirà Rodolfo, neppure lontanamente sfiorato dal dubbio che una simile credenza contrastasse con i dettami della religione di Cristo – si producano prodigi, accadono fenomeni terribili. Per converso, le grandi calamità della natura, le inondazioni e le carestie, le siccità hanno anch’esse un preciso significato […]» Rodolfo le definisce una sorta di «vindice sterilità» provocata da una altrettanto «vindice vendetta» di Dio29”. «Il clima di ansia che emerge dall’umanità sofferta di Rodolfo il Glabro getta luce sullo scenario di fine millennio, contrassegnato da prospettive culturali apocalittiche, dove si inseriscono certi aspetti del programma gregoriano, nonché “il groviglio caotico di emozioni che” è “all’origine delle prime partenze per le crociata” e qui si possono “rintracciare anche reminiscenze di antiche religioni locali”, secondo Alphandéry-Dupront30, “un ritorno ad antichi miti pagani, che si mescolano alla rinfusa ai miti di rinnovamento del mondo, la escatologia popolare cristiana, la teologia elementare conosciuta in modo approssimativo, le idee mortali del mondo orientale”, fondamento della “religione della crociata31”».

Nella Rivelazione dello Pseudo Metodio, trattato in siriaco del settimo secolo poi tradotto in greco e latino, scritto sotto forma di profezia ex eventu, si presentano gli Islamici come fautori della fine del mondo. Essi giungono dal deserto di Jathrib (Medina), conquistano l’Oriente, distruggendo le città senza risparmiare nemmeno le vedove e gli orfani, abbattendo gli alberi delle foreste, modificando la forma delle montagne, riducendo il numero degli uomini. Questa conquista da parte degli Ismaeliti è il preludio della venuta dell’Anticristo. Allora ci sarebbe stata la ribellione della popolazione cristiana e molti cristiani avrebbero rinnegato la loro religione, seguendo gli infedeli. Quindi un imperatore bizantino avrebbe distrutto Jathrib e sconfitto gli Ismaeliti, sottomettendoli32. 

Anche la discesa di Barbarossa in Italia determinò una recrudescenza dell’ansia millenaristica. Si pensi alla mitologica figura del Prete Gianni. Nel 1165, l’anno della dieta di Wurzburg e della canonizzazione di Carlo Magno, giunse in Occidente una lettera del fantomatico Prete Gianni inviata all’Imperatore Federico I, al Papa Alessandro III e all’Imperatore d’Oriente Manule Comneno33. Il Prete Gianni, la cui figura era stata diffusa in Occidente da Ottone di Frisinga, era un mitologico re sacerdote a capo di una repubblica cristiana nell’Asia centrale, descritta come un paese ideale in cui regnavano la pace e la concordia fra i cittadini di diverse religioni. La lettera del Prete Gianni era evidentemente apocrifa; si trattava di un testo agiografico, condito di elementi magico-ermetici, fabbricato nella cancelleria imperiale tedesca (ne fu probabilmente autore Cristiano di Buch, arcivescovo di Magonza) allo scopo di legittimare il potere universale di Federico Barbarossa. Erano tempi di forti contrasti fra Occidente e Oriente e la lettera, più che sugli elementi folkloristici, conteneva importanti risvolti politici perché vagheggiava, sul modello regale del Prete Gianni, una ricomposizione dello scisma d’Oriente ed una riunificazione di tutta la chiesa nel segno di Federico Barbarossa; all’Imperatore d’Occidente spettava il titolo di Re dei re e a lui il compito di guidare tutta la cristianità come una sola e universale Repubblica. Si può percepire la forte dimensione escatologica di questa concezione. Tale visione cosmica e cristiana del potere imperiale derivava ai cronisti di parte di Federico dall’universalismo di matrice carolingia e ottoniana. Il potere del Barbarossa assumeva decisi tratti apocalittici.

Era il sovrano della fine del mondo, l’Imperatore dei Tempi Ultimi che sarebbe apparso sulla terra prima della venuta dell’Anticristo e dell’estrema battaglia tra i Figli della Luce e i Figli delle Tenebre. Lo scontro cosmico si respirava nell’aria del XII secolo. Così era interpretata la lotta fra Cristianità e Islam. Allo stesso modo polemisti ecclesiastici e predicatori catari […] anticipavano la contesa fra Chiesa di Dio e Sinagoga di Satana, scambiandosi ovviamente l’accusa di appartenere alla seconda34.

Ma fu Gioacchino da Fiore l’esponente più significativo del vasto movimento millenaristico. Egli si fece principale interprete di quelle attese escatologiche, che convogliavano larghi strati della società del tempo imbevuta di una spiritualità testimoniata, per esempio, dal movimento dei Flagellanti ma in seguito soprattutto dagli ordini religiosi dei Francescani e in particolare degli Spirituali, che si affacciavano alla storia come profondi innovatori della chiesa secolarizzata dell’epoca. L’opera di Gioacchino da Fiore (1135-1202) aveva reso spasmodica l’attesa del giudizio universale e dei novissima, che erano nella teologia cristiana: la morte, il giudizio e quindi il paradiso o l’inferno35. Nella sua opera, Gioacchino parlava di tre età del mondo: quella del Padre, ovvero l’Antico Testamento, quella del Figlio, il Nuovo Testamento, e a seguire quella dello Spirito Santo; quest’ultima età avrebbe portato il completo rinnovamento del mondo. Secondo la sua profezia, l’anno 1260 doveva segnare il passaggio dalle prime due età alla terza. Su iniziativa del frate Raniero Fasani, il movimento dei Flagellanti si impose in tutto il nord Italia36. Essi percorrevano le strade percuotendosi in segno di penitenza e cantando lodi al Signore. Tracce di questa tradizione si ritrovano nelle processioni del Venerdi Santo di Taranto e di Gallipoli in cui i penitenti si autoflagellano con uno speciale attrezzo chiamato “disciplina” (da cui “disciplinati”)37. 

Tutto il 1200 comunque può definirsi un secolo escatologico, come dice Jacques Le Goff38, in cui da Gioacchino da Fiore agli Spirituali Francescani, da Federico II a San Luigi IX di Francia sembra che sia tutta un’attesa dell’Anticristo e quindi della fine dei tempi.

Questa ondata di entusiasmo fu contagiosa, tanto quanto forte fu la delusione allo scoccare dell’anno 1260 per il mancato avverarsi della profezia. Ne prende atto con rammarico un gioachimita della prima ora come il francescano Salimbene Adami (1221-1288) nella sua opera Cronica, che descrive gli eventi dal 1167 al 1287. Tuttavia il fascino esercitato Gioacchino da Fiore continuò ad influenzare gli intellettuali anche in seguito, fino a Dante, il quale fa riferimento a Gioacchino nel Paradiso (Canto XII, 140-141), ponendolo nel Cielo del Sole fra i dotti e i sapienti. Monaco cistercense, nel 1191 Gioacchino aveva abbandonato il suo ordine ritirandosi in Calabria, dove aveva fondato un nuovo ordine monastico, l’Ordo Florensis, la cui Regola venne approvata da Papa Celestino III, ma che presto fu bollata dai Cistercensi come “apostata”. A Pietralata, sui monti della Sila, fondò il monastero di San Giovanni in Fiore, di cui fu il primo abate e da cui si irradiò il movimento dei “gioachimiti” in tutta l’Italia meridionale e centrale. L’ordine florense ebbe l’unanime consenso dei papi Onorio III e Gregorio IX e anche dell’imperatore Enrico VI, che accordò al cenobio gioachimita numerosi concessioni e privilegi. Del medesimo favore godette da parte di Federico II. Gioacchino fu autore fecondo di opere quali Concordia Novi et Veteri Testamenti, lo Psalterium, il Tractatus super quatuor Evangelia, e soprattutto l’Expositio in Apocalypsim, in cui esponeva la sua concezione apocalittica. Secondo una visione trinitaria della storia, con l’avvento della terza età dello Spirito Santo, la Chiesa sarebbe stata del tutto riformata e così anche l’umanità rigenerata dall’azione benefica dello Spirito Santo. Le posizioni del mistico letterato vennero presto stigmatizzate dalla Chiesa. In particolare le sue idee sulla Trinità, espresse nel De unitate seu essentia Trinitatis, furono condannate dal Quarto Concilio Lateranense (1215), ma il suo escatologismo ottenne crescente successo divenendo una bandiera del movimento di riforma della Chiesa cattolica. Secondo Gioacchino una terza età del mondo era assolutamente necessaria ed anche certa, perché si fondava sull’attenta analisi delle Sacre Scritture ed egli l’aveva così potuta calcolare sulla base di rigorosi studi biblici.

Le profezie di Gioacchino attraversarono tutto il Duecento e specie tra i Francescani serpeggiò questa ansia oscura. La sua visione cosmologica influenzò la letteratura apocalittica dell’epoca, indirizzandola verso accenti universalistici39. Pensiamo al movimento dell’Alleluja, con la grande fioritura di laudi. Si trattava di un movimento politico religioso, trascinato dal frate domenicano Giovanni da Vicenza, che spingeva i ceti più umili, esasperati dalla mancata speranza per ogni possibile rinnovamento terreno, di fronte alla corruzione e alle ingiustizie imperanti, a levare, attraverso le laudi, una appassionata invocazione a Dio, alla Vergine, ai Santi, perché nella vita ultraterrena liberassero finalmente l’umanità afflitta dal peccato. Le laudi partivano tutte da una visione pessimistica di fondo, nella certezza che non ci fosse rimedio al vizio e si attendeva per questo spasmodicamente il giudizio divino che, solo, avrebbe potuto portare pace e pietà all’uomo. Pensiamo anche ai Misteri e alla poesia religiosa del Duecento intrisa di un cupo ascetismo. E quanto importante fu anche l’influenza di Gioacchino sulla concezione del potere di Federico II, stupor mundi, e nella sua visione apocalittica della sua dinastia atta a salvare il mondo40. È facile insomma cogliere nella letteratura dell’epoca un’eco delle profezie gioachimite, come nella già ricordata Cronica di Salimbene Adami. L’arrivo degli ordini mendicanti fu salutato dai millenaristi come una svolta decisiva nelle prospettive di evangelizzazione cristiana. In particolar modo, i gioachimiti identificavano San Francesco e San Domenico come i viri religiosi che avrebbero convertito tutti gli infedeli41.

Della fine del mondo parlava anche il domenicano Manfredi da Vercelli (1360/70-1431) il quale invitava addirittura le donne a lasciare i propri mariti ed i figli ad abbandonare i genitori in vista del Giorno del Giudizio. Manfredi giunse a toni parossistici, formando una vera e propria setta, tanto che fu destituito dal Papa Martino V.

Ma non si pensi che la suggestione millenaristica non ebbe peso anche nella letteratura orientale:

Il ricorso a vaticinii e racconti incentrati sui tempi ultimi aveva una funzione eminentemente consolatoria: quella, cioè, di fornire una spiegazione delle tribolazioni e dei flagelli abbattutisi sulla nazione eletta – quale i Bizantini avevano coscienza di essere -, inserendoli all’interno di una catena di eventi che si sarebbero dovuti comunque concludere con una riscossa in questo mondo. L’escatologia bizantina è, infatti, profondamente radicata in una prospettiva terrena. Il suo messaggio di fondo è che la fine del mondo potrà aver luogo soltanto dopo il ristabilimento dell’autorità dell’impero sull’ecumene (cristiana), e di conseguenza dopo che i nemici saranno sconfitti, gli oppressori cacciati, gli infedeli convertiti: ciò avverrà grazie all’intervento di una figura salvifica, di norma identificata con un imperatore vittorioso; sarà costui, o uno dei suoi successori, a rimettere simbolicamente il suo mandato nelle mani di Dio in prossimità del giorno del Giudizio. Questa trama, soggetta a innumerevoli variazioni di dettaglio, e costantemente aggiornata e adattata al mutare delle situazioni, informa l’intera produzione apocalittica bizantina42.

Quelli sopra descritti sono alcuni degli episodi di fanatismo millenaristico che hanno costellato la storia dell’umanità dai secoli dell’Alto Medioevo. Una mirabile e completa rassegna ne fa Norman Cohn nel suo libro I fanatici dell’apocalisse43, che racconta come il messianismo abbia a lungo alimentato e radicato le aspettative rivoluzionarie della povera gente e del popolo in genere. Occorre precisare, mentre ci avviamo a concludere, che, al di là di ogni dotta disamina, i timori per l’anno Mille o per il Duemila facevano riferimento ad un anno inesistente, dal momento che il calcolo degli anni dell’era cristiana è frutto delle ardite operazioni del monaco Dionigi il Piccolo (475-544) il quale, a detta degli studiosi, collocò la nascita di Cristo almeno cinque o sei anni dopo di quello in cui effettivamente avvenne, con la conseguenza che i millenaristi dell’anno Mille paventavano una catastrofe che, nel caso, doveva essere già avvenuta nel 994, 995, così come quelli dell’anno Duemila avrebbero semmai dovuto temere il 1994, il 1995 o il 1996. Tra l’altro, i calcoli di Dionigi presupponevano un anno zero che non è mai potuto esistere, anche perché all’epoca del dotto monaco scita lo zero non era ancora stato introdotto né come numero né come termine, essendo stato portato dagli Arabi nel XIII secolo (Sifr, da cui zero). Sempre a rigor di logica, al di là della lettura allegorica dei vari scritti, in primis l’Apocalisse, ogni piscosi sarebbe stata facilmente annullata considerando che il calcolo degli anni, la loro divisione in mesi, la divisione dei mesi in settimane e di queste in giorni risponde ad una mera convenzione, insomma all’opera umana, sì da escludere l’eventualità di un intervento divino su un computo fatto, con scarsissima precisione, dagli umani. Dio, il sommo artefice, l’architetto del mondo, seguirebbe semmai altri calcoli. 

Come nell’anno Mille non risuonarono le bibliche trombe del giudizio universale, non sono risuonate nemmeno nel Duemila e il mondo non è ancora precipitato nelle fiamme. Per il capodanno del 2000, torme di futurologi e cialtroni mediatici si scatenavano a prevedere apocalissi tecnologiche in previsione di quel “passaggio”, rappresentato dal giro di boa del millennio. Molti ricorderanno il millennium bug. Si temeva che tutti i computer del mondo non sarebbero stati in grado di recepire la data del 2000, poiché tutti impostati con solo due cifre decimali (80, 90, 99, con riferimento al Novecento) e dunque questo avrebbe comportato un grande tilt informatico. In realtà non accadde nulla, perché nel frattempo con l’avanzare della tecnologia i computer erano stati aggiornati. Il millennium bug simboleggiava le stesse paure dell’umanità e gli stessi timori irrazionali di fronte all’ignoto che erano stati del Medioevo. Vennero rispolverate le profezie di Malachia (santo monaco e arcivescovo irlandese dell’XI-XII secolo), autore di una famosa Profezia sui Papi, e Nostradamus (Michel de Nostredame, 1503-1566), scrittore e astrologo francese, autore del fatidico libro Le profezie. Ma questa è un’altra storia. Quella che invece abbiamo provato a raccontare, speriamo possa essere risultata gradevole all’animo travagliato dei nostri lettori. «Quando nel dolore si hanno compagni che lo condividono, l’animo può superare molte sofferenze», dice Shakespeare. Se parlarne, come insegnano gli psicologi, aiuta a superare un po’ le fobie, scriverne avrà un effetto multiplo, in quanto oltre che all’autocoscienza gioverà anche ad altri. La verità è che uomini e donne hanno ripetutamente trovato nei miti della rigenerazione apocalittica, nell’attesa palingenetica di un nuovo evo, quasi sempre a sfondo religioso, un sollievo dai problemi quotidiani. Pensiamo al terrorismo islamico. Il fanatismo religioso, come scrive Battista, «fornisce appunto il vocabolario cui attingono senza requie i lupi solitari» che negli ultimi anni si sono resi protagonisti di plateali attentati nelle città occidentali. 

Il “depresso” trova nel manicheismo estremo dello jihadismo un ricco repertorio di motivi per annientare le città peccaminose, punire gli infedeli, depurare il mondo da tutto lo sporco che impedisce la via della santità e della purezza […] per così guadagnare il vero paradiso. Una terapia efficacissima per la “depressione” dei singoli. È la storia che dimostra che il fanatismo apocalittico ha richiamato a sé molti più pazienti di qualunque psichiatra44.

È passato il Mille, è passato il Duemila e chissà quanti altri evi passeranno – lo speriamo – senza che ci colpisca l’Armageddon.

Fig. 2   John Martin, The Last Judgement (1853). Olio su tela. Tate Britain, Londra.
  1. Saggista e scrittore. Membro della Società di Storia Patria per la Puglia (Lecce). ↩︎
  2. Apocalisse 6, 15-17. ↩︎
  3.  Questi oracoli si rifacevano agli antichi Libri Sibillini che, secondo la leggenda, risalivano al re di Roma Tarquinio il Superbo e poi erano stati persi intorno al V secolo d.C. Essi erano suddivisibili in due parti in base al loro contenuto: quello di derivazione giudaico-ellenistico (II–I sec. a.C.); quello giudaico-cristiano, rielaborato e ampliato in ambiente cristiano (I-VI sec. d.C.). Si trattava di compilazioni maturate in età più recente e per comodo attribuite alla Sibilla. Anche la latina Sibylla Tiburtina, che risaliva più indietro nel tempo, ossia all’Oracolo di Baalbek del VI secolo, ebbe una diffusione straordinaria nel Medioevo occidentale. Si veda: P.J. Alexander, The Oracle of Baalbek: The Tiburtine Sibyl in Greek Dress, Dumbarton Oaks Center for Byzantine Studies, Washington 1967. Sull’argomento, fra gli altri: B. McGinn, Oracular Transformations: the “Sibylla Tiburtina” in the Middle Ages, in Sibille e Linguaggi Oracolari: Mito, Storia, Tradizione, Atti del Convegno Macerata-Norcia, 20-24 settembre 1994, a cura di I. Chirassi Colombo-T. Seppilli, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, Pisa-Roma 1999, pp. 603-644. ↩︎
  4. Tommaso da Celano, in A. Gianni, M. Balestreri, A. Pasquali, Antologia della letteratura italiana, vol. I, casa editrice G. D’Anna, Messina-Firenze 1985, pp. 81-85. Su Tommaso da Celano si veda, fra gli altri: Aa.Vv., Tommaso da Celano e la sua opera di biografo di san Francesco, Atti del Convegno di Studio: Celano 29-30 novembre 1982, Celano 1985. ↩︎
  5. Ivi. ↩︎
  6. J.D. Tabor, Ancient Jewish and Early Christian Millennialism, in The Oxford Handbook of Millennialism, a cura di C. Wessinger, Oxford University Press, New York 2011, pp. 252-266. ↩︎
  7. Apocalisse 20, 1-8. Come si può vedere, viene ripetuto più volte il termine “mille”, da cui chiliasmo, altro nome con cui è conosciuto il millenarismo, dalla parola greca chílioi che significa appunto “mille”. ↩︎
  8. A livello figurativo l’Apocalisse è testimoniata da una notevole quantità di mosaici e pitture sparse per le chiese italiane ed europee. ↩︎
  9. Seconda lettera di Pietro, c. 3, 8. ↩︎
  10. Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, c. III, 39. ↩︎
  11. Ireneo, Contro le eresie, Libro V, 33, 4. Per i Vangeli apocrifi, si veda: I Vangeli apocrifi, a cura di M. Craveri, Einaudi, Torino 1990 (nuova ed. 2014). ↩︎
  12. Lattanzio, Divinae Institutiones, Libro VII, 16, 5-12. Si veda: G. Carotenuto, Il fiore della letteratura latina, Canova Editore, Treviso 1985, pp. 940-941. ↩︎
  13. Apocalisse 8, 8-9. ↩︎
  14. Commodiano, Carmen Apologeticum, 1008 ss.. Si può consultare A. Serafini, Storia della letteratura latina dalle origini al VI secolo, SEI, Torino 1986, p. 540. ↩︎
  15. Cipriano, A Demetriano, 3-5. Si veda V. Calvani, A. Giardina, Storia antica. Roma, Laterza, Roma- Bari 1988, p. 240. ↩︎
  16. Ivi ↩︎
  17. Cfr. M. Introvigne, Mille e non più mille. Millenarismo e nuove religioni alle soglie del Duemila, Gribaudi, Milano 1995. ↩︎
  18. Agostino d’Ippona, La Città di Dio, traduzione e cura di C. Carena, Biblioteca della Pléiade, Einaudi, Torino 1992. ↩︎
  19.  Cfr. G. Vitolo, Medioevo, in Corso di storia diretto da G. Galasso, Bompiani, Milano 1997, p. 47.  ↩︎
  20. Gerolamo, Epistolario, Lettere a Principia e a Pacatula, cit. in Il sacco di Roma, a cura di A. Piganiol, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1971, pp. 267-270. ↩︎
  21. Vitolo, Medioevo, cit., p. 48. ↩︎
  22. Ivi ↩︎
  23. F. Cardini, I Magi nella teologia imperiale di Federico I, in I tre saggi e la stella. Mito e realtà dei Magi, Il Cerchio, Rimini 1999, p. 156. ↩︎
  24. Riportato da Cardini, I Magi, cit., p. 157. Sull’opera si veda: Il Ludus de Antichristo e la teologia imperiale di Federico I, in Mito e realtà del potere nel teatro: dall’antichità classica al Rinascimento, Convegno di studi, Roma 29 ottobre – 1 novembre 1987, a cura di M. Chiabò e F. Doglio, Centro Studi sul Teatro Medioevale e Rinascimentale, Roma 1988, pp. 175-187, cit. Ivi, p. 170, nota 7. ↩︎
  25. B. Vetere, Il “monacus miles” nell’epoca crociata, in Verso Gerusalemme. II Convegno Internazionale nel IX Centenario della I Crociata (1099-1999), Bari, 11-13 gennaio 1999, a cura di F. Cardini, M. Belloli, B. Vetere, Congedo Editore, Galatina 1999, p. 204. ↩︎
  26. Rodolfo il Glabro, Storie, cit. in G. Duby, L’anno Mille. Storia religiosa e psicologica collettiva, trad. italiana di L. Zella, Einaudi, Torino 1976, p. 342. ↩︎
  27. Cfr. A. Desideri, Storia e storiografia. Dalla crisi dell’impero romano alla Rivoluzione inglese, casa editrice G. D’Anna, Messina- Firenze 1987, pp. 317-318. ↩︎
  28. G. Cavallo, Introduzione, in Rodolfo il Glabro, Cronache dell’anno mille (Storie), a cura di G. Cavallo-G. Orlandi, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, Milano 1989, p. XLVI, citato anche da Vetere, Il “monacus miles”, cit., p. 204. Sul monaco benedettino (980/985 circa-1046/1047) e sulla sua opera si rinvia al già citato: Rodolfo il Glabro, Cronache dell’anno mille (Storie), cit., e Rodulphi Glabri, Historiarum libri quinque, a cura di J. France, Oxford University Press, Oxford 1989. ↩︎
  29. L. Gatto, Il Medioevo Giorno per giorno, Newton Compton, Roma 2007, p. 130. ↩︎
  30. P. Alphandéry-A. Dupront, La cristianità e l’idea di crociata, Il Mulino, Bologna 1974, p. 58. ↩︎
  31. Vetere, Il “monacus miles”, cit., pp. 209- 210. ↩︎
  32. P.J. Alexander, The Diffusion of Byzantine Apocalypses in the Medieval West and the beginning of Joachimism, in Prophecy and Milleniarism. Essays in honor of Marjorie Reeves, a cura di A. Williams, Addison-Wesley Longman Ltd, London 1980, pp. 65-67; Idem, Medieval Apocalypses as Historical Sources, in «American Historical Review», 73 (1967-1968), pp. 997-1018. ↩︎
  33. Sul Prete Gianni, si veda: F. Cardini, I Magi nella teologia imperiale di Federico I, in I tre saggi e la stella, cit., pp. 150-152. ↩︎
  34. Ivi p.155 ↩︎
  35. L. Gatto, Breve storia degli anni santi, Newton Compton, Roma 1999, p. 24. ↩︎
  36. Si veda la voce Flagellanti, in Treccani, Enciclopedia Italiana, 1932 (on line). ↩︎
  37.  Sui Disciplinati si veda la voce curata da R. Manselli, in Enciclopedia Dantesca, 1970 (on line). Inoltre: Il movimento dei disciplinati nel settimo centenario del suo inizio. Atti del Convegno Internazionale (Perugia, 25-28 settembre 1960), Perugia 1962; A. Frugoni, Sui flagellanti del 1260, in «Bullettino dell’Istituto Storico per il Medio Evo», LXXV (1963), pp. 211-237; U. Nicolini, Nuove testimonianze su fra Raniero Fasani e i suoi disciplinati, in «Bollettino della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria», LX (1963), pp. 331-345 e Ricerche sulla sede di fra Raniero Fasani fuori Porta Sole a Perugia, Perugia 1967. ↩︎
  38. J. Le Goff, Il meraviglioso e il quotidiano nell’Occidente medievale, Laterza, Roma-Bari 1983, p. 161. ↩︎
  39. M. Oldoni, Il Medioevo latino, in Storia generale della letteratura italiana, a cura di N. Borsellino e W. Pedullà, Il Medioevo e le origini del Duecento, Franco Motta Editore, Roma 2004, p. 200. ↩︎
  40. Cfr. E. Pispisa, Per una storia di Federico II: i problemi aperti, in Federico II: cultura, istituzioni, arti, Atti del seminario di studio, Reggio Calabria, 21-21 maggio 1994, a cura di E. Bentivoglio, Rubettino, Soveria Mannelli 1996, pp. 25-34. ↩︎
  41. Cfr. F. Simoni, Il “Super Hieremiam” e il gioachimismo francescano, in «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano», 82 (1970), pp. 13-46, cit. in B.Z. Kedar, Crociata e missione. L’Europa incontro all’Islam, Jouvence, Roma 1991, p. 195, n. 58. ↩︎
  42. L. Silvano, Apocalisse e apocalittica a Bisanzio: stato degli studi e prospettive di ricerca. Primi appunti, in Apocalisse ieri oggi e domani, Atti della giornata di studio in memoria di Eugenio Corsini (Torino, 2 ottobre 2018), a cura di C. Lombardi e L. Silvano, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2019, p. 54. Inoltre, P.J. Alexander, Byzantium and the Migration of Literary Works and Motifs: The Legend of the Last Emperor, in «Medievalia et Humanistica», (2) 1971, pp. 47-68; The Medieval Legend of the Last Roman Emperor and Its Messianic Origin, in «Journal of the Warburg and Courtauld Institutes», (41) 1978, pp. 1-15. Si rinvia a questi come agli altri volumi citati in nota per quell’approfondimento scientifico che il presente saggio non può fornire. ↩︎
  43. N. Cohn, I fanatici dell’apocalisse, Pgreco Editore, Sesto San Giovanni 2014 (ed. originale, The Pursuit of the Millennium: Revolutionary Millenarians and Mystical Anarchists of the Middle Ages, Oxford University Press, New York 1970). ↩︎
  44. P. Battista, Il “depresso” di Nizza e i fanatici dell’Apocalisse, in «Corriere della Sera», 18 luglio 2016, p. 41. ↩︎

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