Premessa
Lilith è una figura arcaica e complessa: non una “eroina” canonica né una santa, ma piuttosto archetipo problematico del femminile ribelle, spesso demonizzato, a volte recuperato come simbolo di emancipazione. La sua storia attraversa millenni di miti, tradizioni religiose, folklore, reinterpretazioni e distorsioni: per questo analizzarla è importante non solo come “leggenda”, ma come specchio delle variabili culturali, sociali e di potere tra i sessi.
In questo saggio cercherò di ricostruire le origini e le evoluzioni del mito di Lilith: come la sua figura si sia evoluta nei testi e nelle credenze2; perché non compaia (o lo faccia solo in forma neutra) nelle scritture canoniche; come sia stata utilizzata per “giustificare” la demonizzazione dell’indipendenza femminile; infine, come in epoca moderna sia stata reinterpretata quale simbolo di libertà e rifiuto del patriarcato.
Radici mesopotamiche ed ebraiche del mito
Lilitu, spirito del vento, è un demone mesopotamico. Le origini del mito di Lilith, dunque, sono da cercare nei culti arcaici dell’antica “Terra fra i due fiumi”. In Mesopotamia erano diffuse credenze ancestrali verso spiriti femminili – Lilitu, appunto – oppure verso entità maschili – Lilu – esseri notturni. Demoni legati al vento, alla tempesta, ritenuti forze oscure e pericolose.
Nella lingua sumera/accadica, il termine “lil”/”lilitu” è spesso tradotto come “spirito della notte”, ”vento notturno” o “essere della notte”. Questa radice semantica ha probabilmente influenzato la trasformazione del mito nel contesto ebraico, confermandone e amplificandone l’accezione negativa3.

Trasferimento nella tradizione ebraica post-biblica
Quando, con la diaspora e i successivi contatti culturali, gli Ebrei entrarono in contatto con influenze mesopotamiche e babilonesi, alcuni elementi demoniaci come gli “spiriti della notte” vennero assorbiti e rielaborati nel contesto religioso e folklorico ebraico.
In tradizioni successive e mai nei testi canonici, emergono racconti in cui Lilith è dipinta come demone notturno: pericolosa per i neonati, per le donne in gravidanza, portatrice di malattie e sciagure. Tale demonizzazione rifletteva probabilmente paure sociali reali: quelle legate alla mortalità infantile, alle complicazioni al parto, a malattie inspiegabili e incurabili4.
Lilith come “prima donna”.
La nascita del mito della prima moglie di Adamo
La narrativa più nota su Lilith, individuata come prima moglie di Adamo, proviene da testi post-biblici. Riferimenti blandi, sempre con accezione negativa, si rintracciano nel Talmud e nella Qabbalah. In particolare, però, riguarda la nostra ricerca un’opera medievale conosciuta come Alfabeto di Ben Sira, datata tra l’VIII e il X secolo d.C., che l’Enciclopedia Ebraica definisce
un piccolo libro contenente un doppio elenco di proverbi – ventidue aramaici e ventidue ebraici – disposti in ordine alfabetico, e un loro commento haggadico, arricchito di favole e leggende. Alla loro differenza linguistica corrispondono differenze nei contenuti e nell’origine; di conseguenza le due collezioni devono essere trattate separatamente5.
Secondo il racconto ivi contenuto, Lilith fu creata – al pari di Adamo – dalla polvere della terra. Non «da una costola», come si dice di Eva nel secondo racconto classico della creazione. Questo particolare ben specificato simboleggerebbe una reale parità ontologica tra uomo e donna: entrambi creati allo stesso modo.
Tuttavia, quando Lilith si rifiutò di «stare sotto», in senso letterale di subordinazione sessuale e in senso allegorico di subordinazione sociale, rivendicando la propria uguaglianza, venne vista come ribelle e indegna. Lilith, secondo la tradizione, pronunciò la frase «non starò sotto di te» e abbandonò Adamo e l’Eden.
Dopo la sua partenza, Lilith sarebbe diventata un demone notturno, madre di figli demoniaci – i cosiddetti Lilim – che portavano incubi, provocavano morti infantili e inducevano a degradazione morale.
Questa versione del mito nasconde un’immagine di Lilith come simbolo di libertà femminile, rifiuto della sottomissione e lotta per l’autodeterminazione. Subendo una svolta demonizzante della sua figura, intesa da lì in avanti come personificazione del “femminile pericoloso”, trasgressivo e destabilizzante.
Lilith nella Bibbia canonica
Le menzioni bibliche che la riguardano sono vaghe e ambigue. Il nome “lilit”, infatti, compare una sola volta nella Bibbia canonica, in un passo del libro del profeta Isaia (Isaia 34, 14). Lì è però tradotto come “civetta” o “creatura notturna”, non come persona con una propria storia, identità o genealogia.
Non c’è alcun racconto biblico che faccia riferimento ad una “prima moglie di Adamo”, precedente ad Eva; né alcuna storia che ricordi l’espulsione di una donna dall’Eden, prima che ciò avvenga per la coppia classica. I due racconti della creazione della Genesi risultano apparentemente scollegati rispetto a Lilith.
Gli addetti ai lavori sanno bene come i primi due capitoli di Genesi presentino due racconti distinti della creazione. E che questi, pur differenti per stile e motivazioni, sono considerati complementari nella tradizione biblica. Noto come racconto sacerdotale, il primo racconto (Genesi 1, 1 – 2, 4a) ha una struttura solenne e cadenzata, ritmata dalla parola di Dio e articolata su sette giorni. L’uomo viene creato per ultimo, al sesto giorno, come culmine della creazione. Maschio e femmina contemporaneamente, a immagine e somiglianza di Dio. Il secondo racconto (Genesi 2, 4b – 25), conosciuto come racconto jahvista, è ben più antico del primo. Impiega uno stile narrativo e antropomorfo, con Dio che ne vien fuori come artigiano e demiurgo. Egli modella l’uomo con la terra e gli infonde, soffiandogli nelle narici, l’alito di vita. L’uomo è creato per primo. Dopo di lui le piante e gli animali. E solo dopo aver constatato la sua solitudine, il Creatore lo addormenta e dalla sua costola dà vita alla donna. Ed è questo il punto in cui si comprende come il racconto primigenio sia stato manipolato ed emendato. Quando, immediatamente dopo la creazione di Eva, Adamo si lascia scappare una considerazione altrimenti inspiegabile (Genesi 2, 23):
Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall’uomo è stata tolta.
«Questa volta». Il che significa che c’era stata una volta prima e che in quella volta precedente non era andata allo stesso modo. Che già in passato Dio aveva pensato per lui una compagna, ma che l’aveva creata a sé stante, autonoma, altra da lui e a lui pari.
Ragioni socio-culturali e teologiche della marginalizzazione
È plausibile che, con la codifica del canone biblico e l’affermazione di una teologia patriarcale e normativa, la figura di una donna – creata “uguale” e poi ribelle – che rivendica libertà e autonomia, risultasse incompatibile con l’ideale di ordine sociale, di subordinazione femminile e di famiglia gerarchica.
Per questo la tradizione dominante potrebbe aver preferito escludere o neutralizzare Lilith, cancellando la memoria di una donna “uguale ad Adamo” e ribelle, per valorizzare in cambio l’immagine di Eva, creata da una costola, quindi già (narrativamente) subordinata, “seconda”, derivata da e dipendente dall’uomo. Più adatta a farsi ritenere il veicolo del male nella creazione e perfetta ad essere sacrificata per sempre, come capro espiatorio sull’altare dogmatico del “peccato originale”.
Con la “scomparsa” di Lilith dal canone – ciò è indiscutibile – si afferma un modello patriarcale: l’ordine di genere diventa naturale, la donna è subordinata, l’uguaglianza originaria negata.
Lilith, simbolo di trasgressione e demonizzazione del femminile
Dopo la sua “caduta” e marginalizzazione, Lilith diventa nella tradizione folklorica e mistica un “demone notturno”, cioè la personificazione del femminile pericoloso, incontrollabile, legato a sessualità, nascite, morte e caos.
I demoni figli di Lilith, i Lilim, metterebbero a rischio neonati e madri. Sarebbero i responsabili delle complicanze durante il parto e delle morti in culla.
Anche la morte infantile, non solo dei neonati, ma pure dei soggetti che oggi definiremmo in “età pediatrica” deriverebbe dalla loro influenza negativa. Come a Lilith e ai suoi figli sarebbero dovuti gli incubi e i pericoli notturni. Le dispnee durante il sonno e il senso di oppressione allo sterno, con la sensazione che qualcuno vi si sia seduto sopra, limitando o impedendo del tutto la respirazione. Mito, quest’ultimo, che in molte regioni italiane (e non solo), si mescola con la leggenda dello spiritello della casa. Un folletto dal lungo cappuccio simile a quello di un frate, ma rosso di colore, per questo appellato munaciello nel napoletano, ma in alcuni contesti meridiani (come a Copertino, in provincia di Lecce) chiamato carcarùlu, ovvero “colui che preme”.
Lilith poi incarna la demonizzazione del desiderio femminile, della sessualità, dell’indipendenza. Una donna che sceglie la libertà sessuale o l’autonomia viene identificata con Lilith.
In questo senso, la leggenda di Lilith è stata usata come strumento di controllo sociale, dipingendo come mostro tutto ciò che sfidi norme patriarcali – obbedienza, sottomissione, maternità tradizionale – e attribuendo al “femminile libero” una natura malvagia, notturna e distruttiva6.
Lilith oggi: riscoperta, reinterpretazioni, femminismo
Negli ultimi due secoli, la figura di Lilith è stata riscoperta da alcuni gruppi, corrispondenti a diverse sensibilità:
dai movimenti femministi, che l’hanno assunta quale simbolo di emancipazione, autodeterminazione, rifiuto della sottomissione;
da correnti esoteriche e neopagane, che reinterpretano Lilith come archetipo del “femminile oscuro”, della “luna nera”, della libertà sessuale e spirituale;
da cultura popolare, letteratura, arte e musica, aree espressive in cui Lilith assurge a icona di ribellione, indipendenza, trasformazione.
In queste reinterpretazioni correnti, Lilith non è più demonio, ma figura di rottura, di potere, di consapevolezza. In breve, un’alternativa culturale e simbolica all’immagine tradizionale della donna sottomessa.
Criticità e problemi interpretativi
È evidente che, se già da decenni è smontato il mito dei progenitori Adamo ed Eva, non esiste prova alcuna che Lilith sia stata realmente “prima donna”; né che la tradizione ebraica arcaica ne conoscesse la figura. Come infatti si è detto, la “prima moglie di Adamo” appare solo in testi medievali folkloristici cui si è fatto cenno e non in testi canonici.
Inoltre, il passaggio ideale dalla demone mesopotamica Lilitu a “prima donna” biblica è frutto di sincretismi: la figura mutò profondamente, cambiò significato e funzione secondo contesti sociali, religiosi e culturali.
La demonizzazione di Lilith riflette poi paure reali e la necessità di controllare l’ignoto, ma anche di imporre un ordine morale e sociale attraverso simboli di terrore7.
Quando Lilith è “riscoperta” nel contesto contemporaneo, spesso la sua immagine si fonde con letture esoteriche, psicologiche, politiche. Compiendo un passaggio a tratti forzato, che da demone la canonizza quale “dea del femminile libero”, tra fonti miste, variabili, inattendibili e ideologizzate.
Lilith e il patriarcato
Il mito di Lilith offre una chiave metaforica potente: mette in luce come, nella costruzione delle religioni, delle tradizioni e delle narrazioni dominanti, si possa escludere o demonizzare ciò che minaccia un ordine basato su disuguaglianza, dominio e sottomissione.
L’idea di una “prima donna uguale all’uomo” – che rivendica diritti, indipendenza, autonomia – è incompatibile con una struttura patriarcale che ha bisogno di subordinazione femminile per restare in auge.
L’assenza di Lilith nella Bibbia “ufficiale” e la centralità di Eva (creata da una costola) supportano l’ideologia del genere come derivato, subordinato, dipendente.
La demonizzazione del “femminile libero” serve da deterrente sociale: Lilith diventa figura di terrore per chi osa rifiutare ruoli tradizionali.
Nel tempo, con l’affermarsi delle religioni e delle strutture patriarcali, la memoria di un femminile autonomo viene cancellata o trasformata in mito spaventoso, utile a controllare, reprimere, disciplinare.
In questo senso, Lilith può essere interpretata come una delle radici simboliche del patriarcato religioso e culturale moderno: la sua sconfitta narrativa – cioè la sua rimozione, reinterpretazione, demonizzazione – è parte di un processo di costruzione del potere maschile su scala simbolica e sociale.
Lilith nell’Arte
Il mito di Lilith ha affascinato molti artisti nel corso dei secoli, fin dall’antichità mesopotamica, come dimostrato dal cosiddetto “Rilievo Burney”. Noto anche come “Regina della Notte”, è un altorilievo babilonese che rappresenta una figura alata munita di artigli da uccello rapace, affiancata da leoni e gufi (fig. 1). Identificata con la dea Ishtar, sono in molti a ritenere si tratti invece di Lilith.
Il grande Michelangelo lascia un richiamo criptico a Lilith affrescando la Cappella Sistina, nella scena del “Peccato originale” (fig. 3), realizzata all’incirca tra il 1509 e il 1510. La particolarità iconologica del Buonarroti, carica di significati esoterici, sta nell’aver fatto coincidere Lilith con il serpente tentatore. Aggrovigliata all’albero della conoscenza del bene e del male, infatti, compare una figura muliebre, metà serpente e metà donna, dai capelli fulvi come Adamo. È posta allo stesso livello prospettico del primo uomo. Appare in netta superiorità su Eva, dai capelli castani, che è seduta in basso e alla quale porge il frutto proibito. Per questa resa simbolica, Michelangelo sembra prendere spunto da Filippino Lippi, che interpreta in tal modo Lilith, nel 1502, istoriando la Cappella Strozzi in Santa Maria Novella a Firenze (fig. 2).


Sarà il tardo Ottocento a vedere il risveglio di sensibilità esoteriche, a tratti gotiche, nell’Arte. Su questa scia si porrà Dante Gabriel Rossetti, celebre esponente britannico del movimento preraffaellita. Dipingerà una “Lady Lilith” (fig. 4) tra il 1868 e il 1873, ritraendola come una seduttrice moderna, intenta a pettinarsi i lunghi capelli rossi, simbolo della sua forza vitale e pericolosa.
Nel 1887 toccherà a John Collier, anch’egli tra i Preraffaelliti inglesi, cimentarsi con “Lilith” (fig. 5), raffigurandola come una donna nuda avvolta da un enorme serpente. Questa immagine enfatizza il legame tra la figura di Lilith e il peccato originale, spesso sovrapponendola al serpente del giardino dell’Eden, come già in Michelangelo.


Alla fine del XX secolo è Kiki Smith (n. 1954), artista contemporanea statunitense, ad approcciarsi da donna al mito di Lilith. Ne deriverà una scultura in bronzo intitolata appunto “Lilith” (1994), con la figura accovacciata su una parete, con occhi di vetro che sfidano lo spettatore (fig. 6), ribaltando l’iconografia classica.

L’artista tedesco Anselm Kiefer (n. 1945) ha dedicato a Lilith varie opere monumentali, impiegando materiali inconsueti come piombo e cenere, puntando ad esplorare il lato oscuro e mitologico della vera “prima donna”.

Davvero particolare e innovativo l’interesse rivolto da Luca Enoch in ambito fumettistico. L’autore italiano ha infatti creato per Sergio Bonelli Editore la serie “Lilith” (2008-2017), in cui è protagonista una cronoagente metà umana e metà demone.
Del resto il mito di Lilith è stato recepito anche nella letteratura contemporanea. E ciò almeno dopo Goethe, che la fa comparire nel Faust, durante la notte di Valpurga. Come lui la citeranno Primo Levi, Mario Farneti, Joumana Haddad, José Saramago, Allen Conrad Kupfer e molti altri autori e autrici. Addirittura C.S. Lewis, ne Le cronache di Narnia, descrive la figura malvagia della Strega Bianca come una discendente di Lilith.
Anche cinema e TV, anime e manga, musica e videogiochi non lesineranno riferimenti a Lilith. Al punto tale che perfino una carta Yu-Gi-Oh da collezione porta il suo nome!


Guida ai simboli e agli oggetti di Lilith
Il mito di Lilith non richiede sfarzo o rituali complessi per essere assimilato. La sua essenza si manifesta attraverso un linguaggio sottile, fatto di oggetti e simboli che fungono da ponte tra la nostra quotidianità e una dimensione più profonda e autentica.
- Il Serpente: Archetipo del Mutamento
Il serpente è forse il simbolo più antico legato a Lilith. Rappresenta la capacità di muoversi al di fuori dei sentieri tracciati e la forza del rinnovamento.
Significato: Incarna una trasformazione inevitabile. Come il serpente cambia pelle, così noi siamo chiamati a evolvere.
Utilizzo: Può essere un oggetto scolpito o un semplice disegno. Serve a ricordarci che stiamo attraversando un passaggio da cui non torneremo indietro uguali a prima.
- La Luna Nera: Il Potere del Vuoto
Associata alla fase del novilunio, quando il cielo è privo di luce visibile.
Significato: Rappresenta il tempo del silenzio, dell’ascolto e di ciò che non è ancora stato detto. Insegna che l’assenza non è vuoto sterile, ma una fase fertile e potente.
Utilizzo: Tenere un simbolo lunare (una falce o un disco scuro) aiuta a valorizzare le pause e l’oscurità come momenti di crescita.
- Lo Specchio: Verità senza Filtri
Lo specchio non serve per la vanità, ma come portale di rivelazione.
Significato: È uno strumento per guardarsi dentro e accettare la realtà per quella che è.
Utilizzo: Può essere usato “coperto”, per indicare l’inconscio, o “scoperto”, per un confronto diretto con se stessi e con le verità che spesso evitiamo di pronunciare.
- La Piuma Scura: Libertà di Movimento
Leggera ma determinata, la piuma segue il vento senza perdere la propria natura.
Significato: Simboleggia la libertà interiore e la capacità di volare via da situazioni che non ci nutrono più.
Utilizzo: Serve a ricordarci che ogni direzione è valida, anche se il percorso appare inizialmente difficile.
- Terra e Sabbia Nera: Il Radicamento
Per evitare di disperdersi solo nel mondo delle idee, Lilith richiama alla concretezza della materia.
Significato: Toccare la terra significa “mettere le radici” al proprio intento, rendendo il rituale vivo e fisico.
Utilizzo: Stringere un pugno di terra o sabbia aiuta a restare presenti nel “qui e ora”, impedendo alle emozioni di travolgerci.
- L’Ossidiana: Lo Scudo Lucido
Vetro vulcanico nato dal fuoco, l’ossidiana è la pietra d’elezione per questo lavoro spirituale.
Significato: Non riflette solo l’immagine, ma mostra la realtà senza filtri. Offre una protezione attiva e vigile.
Utilizzo: Può essere tenuta vicino al cuore durante la meditazione o la scrittura, per mantenere la consapevolezza e la protezione.
- Il numero 13: L’Energia dell’Eccezione
Anticamente legato ai cicli lunari e femminili, il 13 è il numero di chi vive “ai margini” degli schemi convenzionali.
Significato: Rappresenta ciò che non si può misurare o sottomettere a regole rigide. È il numero della ribellione sacra.
Utilizzo: Può essere usato come data simbolica o scritto accanto al proprio nome per dichiarare la propria indipendenza dalle norme comuni.
- I Colori: L’Atmosfera Visiva
Sebbene non ci siano obblighi, alcune tonalità facilitano la connessione con l’energia di Lilith:
Nero e Viola scuro: Per la profondità e il silenzio.
Rosso intenso: Per la passione e la potenza vitale.
Argento: Per il riflesso e la connessione lunare.
Questi elementi non sono strumenti magici in sé, ma risuonano con l’energia di chi cerca libertà e verità senza filtri.
Il corpo selvaggio. Oltre l’utilità e il giudizio
Il corpo di Lilith non è uno strumento al servizio di nessuno. Non è fatto per nutrire, per rassicurare o per piegarsi al volere altrui. Non deve essere fertile per dovere sociale, né deve scolpirsi in forme esili per compiacere lo sguardo esterno. È un’entità che rivendica il diritto di esistere per se stessa, slegata da qualsiasi concetto di utilità o di canone estetico. Non si offre come merce, non si lascia plasmare dalle aspettative e non rappresenta alcun simbolo: è carne, sangue e presenza, punto e basta.
Proprio per questa sua natura indomita, la cultura dominante ha provato per secoli a cancellarlo o a demonizzarlo, trasformando Lilith in una creatura mostruosa, alata e ferina. Eppure, in questa visione, la nudità smette di essere un invito alla seduzione per diventare pura libertà. La sua fisicità è un dato di fatto, non una promessa fatta a qualcuno; quando cammina, Lilith non cerca approvazione, ma attraversa il mondo ignorando chi la osserva.
La ribellione silenziosa della carne
Ogni volta che una donna smette di voler rendere il proprio corpo “presentabile” secondo gli standard, Lilith si manifesta. È presente:
- nella scelta di non depilarsi;
- nel piacere di mangiare senza sensi di colpa;
- nell’indossare abiti che proteggono anziché esaltare le forme;
- nel guardarsi allo specchio senza darsi un voto o un’etichetta.
Questo corpo non cerca definizioni: non è necessariamente quello “sano”, “forte” o “erotico” celebrato dai media. È semplicemente un corpo che prova stanchezza, fame e desideri; un corpo che rifiuta di essere spiritualizzato o sacrificato sull’altare di un ideale. E quando il corpo protesta attraverso dolori cronici, infiammazioni o stanchezza inspiegabile, non è un malfunzionamento, ma verità fisiologica: è la biologia che urla ciò che noi non abbiamo ancora il coraggio di dire a voce alta.
La voce che non accetta compromessi
Lilith non ha l’obiettivo di insegnarti l’amor proprio come lo intendono i manuali. Il suo compito è mostrarti che non devi nulla al tuo corpo: né una forma specifica, né una prestazione costante. Gli devi solo ascolto, spazio e possibilità di essere.
La sua voce non conosce la moderazione. Non parla a bassa voce, non attende con cortesia il proprio turno e non smussa gli angoli per risultare più convincente o gradevole. È una voce non addestrata, priva di filtri educativi: può essere tagliente, scomoda e frammentata. Dice verità difficili da digerire e, soprattutto, non sente il bisogno di scusarsi per il disturbo arrecato.
Non si tratta solo di un urlo di rabbia, ma di una voce che esiste senza farsi correggere. Non si adegua alle buone maniere per evitare di mettere a disagio gli altri. Se tentano di zittirla, lei non sparisce: si sposta altrove, trasformandosi in quei sintomi e in quei segnali profondi che nessuno può ignorare.
Il Simbolismo Lunare e l’Esperienza Femminile
Da epoche immemorabili, l’umanità osserva la Luna come un cronometro dell’anima che rifiuta la rigidità del tempo lineare. Il suo procedere per cicli, curve e silenzi rispecchia le fasi della vita: la nascita, la pienezza della fertilità e l’inevitabilità della morte. Per le donne, la Luna non è un possesso, ma uno specchio fedele di un ritmo interiore profondo, spesso invisibile ma costante.
Le quattro fasi principali tracciano una vera e propria mappa simbolica dell’esistenza, integrandosi nei miti, nei riti e persino nei ritmi dell’agricoltura:
- Luna Nuova: Il vuoto apparente del cielo. È il momento del seme non ancora germogliato, del silenzio denso dove tutto si prepara sotto la superficie.
- Luna Crescente: L’attimo in cui l’idea si fa forma. L’intuizione diventa movimento e intenzione che inizia a concretizzarsi.
- Luna Piena: Il picco della visibilità. Tutto è svelato nella sua massima luce e azione, ma è anche il momento che precede il declino.
- Luna Calante: Il tempo del distacco e della revisione. Si lasciano andare i contorni definiti, si raccoglie ciò che serve e si abbandona il superfluo per tornare verso l’interno.
Lilith e la Luna Nera: L’Archetipo dell’Invisibile
Nell’astrologia moderna, Lilith coincide con la Luna Nera: un punto matematico dell’orbita lunare (l’apogeo) e non un corpo fisico. Proprio questa sua natura astratta la rende il simbolo perfetto di ciò che si percepisce senza vederlo.
Lilith rappresenta la parte del femminile “non riflessa”: ciò che non è socialmente approvato, il grido soffocato, la rabbia trattenuta e l’autonomia che non accetta di essere addomesticata. Non è un’interruzione del ciclo, ma la sua profondità più autentica. Mentre la Luna piena mostra, la Luna Nera accoglie ciò che non è stato ancora detto.
La Fase Oscura: Il Grembo della Trasformazione
Contrariamente a quanto si possa pensare, la fase oscura non è un’assenza di vita, ma il silenzio necessario tra un respiro e l’altro. È la soglia sacra tra ciò che è stato e ciò che sarà.
In un mondo contemporaneo che ci impone di essere sempre produttivi, reattivi e pronti a spiegare tutto, la fase oscura di Lilith ci insegna il valore della stasi. È un luogo di protezione che non accelera i tempi, un grembo che lascia sedimentare le esperienze senza la fretta di doverle mostrare alla luce.
Il Sacro Femminile come Pratica del Silenzio
Il concetto di “femminile sacro” viene spesso banalizzato in estetica o spiritualità superficiale. Nella sua essenza più cruda, invece, esso risiede nell’unione indissolubile tra luce e buio, tra crescita e perdita. Lilith, in questo contesto, agisce come una guida dei passaggi interiori: non indica la strada né consola, non protegge né spiega. Resta semplicemente accanto, rendendo impossibile ignorare ciò che dentro di noi è pronto a cambiare.
Riconoscere questa parte di sé significa legittimare il diritto al “non-agire” e al silenzio. È l’atto sacro di chi decide di non dover dimostrare nulla, rispettando i propri tempi interni senza forzare una rinascita indotta.
Conclusioni
Lilith ci insegna che abitare il buio, il lutto, o una crisi d’identità non è un fallimento, ma un processo di trasformazione necessario. In un’epoca che taglia lo spazio alla pausa, scegliere di “stare” nel proprio silenzio diventa un atto rivoluzionario e profondamente autentico.
Lilith non è semplicemente “una demone” né “una strega”: è un archetipo – complesso, ambiguo, sfaccettato – del femminile che non si conforma, che rivendica parità, autonomia, libertà. La sua esistenza mitica e la sua evoluzione storica ci mostrano come in molte culture antiche e medievali fosse possibile immaginare una donna uguale all’uomo, libera e autonoma.
La sua esclusione dal corpo ufficiale delle scritture e la sua trasformazione in demone raccontano molto su come la tradizione religiosa e culturale abbia scelto di gestire (e neutralizzare) ciò che minacciava l’ordine gerarchico di genere. Avverrà la stessa cosa e sarà impiegata la stessa strategia, tra medioevo ed età moderna, in quella complessa rete di situazioni nota come “caccia alle streghe”. Donne libere, indipendenti, in stretto contatto con la natura e abili nel gestirne le forze, ritenute diaboliche, perseguitate e spesso uccise. Uno dei loro tratti distintivi, bastante a farle incriminare, i capelli rossi. Proprio come Lilith, loro atavico riferimento.
Oggi la riscoperta di Lilith, anche attraverso reinterpretazioni femministe o esoteriche, rappresenta un atto di recupero di memoria: non nel senso di un “ritorno” alla leggenda, ma nella riappropriazione simbolica del femminile come soggettività libera, autonoma e dignitosa.
- Pittrice e fotografa. Vicedirettore di «Krínomai. Rivista italiana di storia e critica delle Arti» (Milano). ↩︎
- S. Hurwitz, Lilith, die erste Eva: eine Studie uber dunkle Aspekte des Wieblichen, Zurigo, Daimon Verlag 1980; trad. inglese Lilith, the First Eve: Historical and Psychological Aspects of the Dark Feminine, translated by G. Jacobson. Einsiedeln, Daimon Verlag 1992. ↩︎
- R. Sicuteri, Lilith la Luna Nera, Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma 1980; F. Rendhell, Lilith e Liluth. La Luna Nera e il Sole Nero. Miti leggende storia scienza rituali e pratiche magiche, Libraio Editore, Milano 2020. ↩︎
- R. Cavendish, Lilith – La prima ribelle: la storia, il mito, il culto, Lulu.com, Raleigh 2022. ↩︎
- C. Howell Toy, voce Alphabet of Ben Sira, in Jewish Encyclopedia. ↩︎
- E. Notarbartolo, Lilith, le sue figlie e altre streghe. L’oscuro viaggio della conoscenza femminile tra miti, superstizioni e persecuzioni, Giannini Editore, Napoli 2025. ↩︎
- In quest’ottica i due romanzi dark fantasy di G. Hess, Lilith. Le Origini del Mito (2025) e Lilith. Il cuore dell’abisso (2025), entrambi illustrati da Alessandro Radica. ↩︎
